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mercoledì, 31 dicembre 2003

Diario cinemistico d...

Diario cinemistico dell'assenza (2). Tuttavia, esiste questa ossessione del mito di Euridice, il volerla riportare indietro dalla..., però, quanto sarebbe più semplice lasciarla là, nelle misture mefitiche di canarini morti e di carburo fetido, e venir fuori, avendo la forza d'animo di accontentarsi di una copia ragionevolmente fedele. (T. Pynchon).

 

Il bell'esordio di Zvyagintsev fa capolino al pubblico ben condito dalle povere polemiche sul sorpasso del nostrano Buongiorno, Notte al nostrano festival. E giù argomentazioni strampalate sui perchè e i percome della supremazia bellocchiana - per diritto di nascita quasi - sulla pellicola russa. Che è severa, pittoricamente perfetta, liturgica nel suo procedere per simboli quasi cristologici, e bella. Il racconto, rarefatto abbastanza, è quello di un ritorno improvviso e inaspettato, quello di un padre mai visto o quasi, e di un lungo viaggio con lui, animato da motivazioni misteriose, destinate a rimanere sepolte e segrete. Scorrono sottili l'idea/mito dell'iniziazione, quelle del legame ancestrale col Padre e della ribellione. Scorrono le icone tragiche e bibliche, la densità delle domande e dei conflitti rimane inalterata lungo il corso (non corso) del racconto, sino alla fine. Buone maniere festivaliere, si direbbe. E difatti la critica più grossa è stata che il  film è costruito a tavolino per acciuffare il leone. Critica inutile, in fondo, dato che non basta volerlo un premio per vincere e convincere. Ma traspare in buona dose l'intelligenza di un autore che sa usare la sostanza che ha (non tantissima) per tenere sempre le fila della poesia visiva (che tuttavia è notevole). Un buon inizio.


postato da: trino alle ore 21:03 | link | commenti
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Diario cinemistico d...

Diario cinemistico dell'assenza (1). L'universo si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. (J. L. Borges).

Agli albori della famigerata saga, c'era un seme felice: gli strumenti sofisticatissimi del cinema di oggi usati per presentare il racconto problematico dell'artificialità dell'oggi. Qualcuno mi dirà che non c'entra un cavolo. E difatti l'altro, ancor più importante, pregio del Capostipite tomo matrixiano era la benedetta (ormai) fusion mediatica e "generica" che di quel racconto (e della significatività dei suoi strumenti) si faceva sostanza. Fantascienza, certo, innovativa in più punti, ma notevolissima nell'aver sperimentato una lucida (e unica) commistione di duelli danzanti hongkongesi, iconografia sopra le righe da fumetto, luccichii hypertech e mitologia cyberpunk. Un esperimento ben riuscito, ammiccante al mercato (bel prodotto da scaffale, ovviamente), ma con la sua dignità assai poco discreta. Quel che è seguito è da annoverare nei tragici disastri che l'arroganza mercantile combina. La simbologia (nulla di così complesso, intendiamoci: The Matrix non è Filosofia, piuttosto un patchwork di suggestioni abbastanza facili, condite con parecchia salsa new age e qualche spunto d'Autore) la simbologia, dicevo, s'allunga e sbrodola in Saga. Per poi scoppiare in romanzone purulento. I caratteri pietrificano in bozzetti senz'anima, sempre uguali all'ombra sbiadita di se stessi. La tecnica domina fino a cannibalizzare ogni altro del film e ostenta giochetti che ancora divertono (un po') nel Cap. II, ma annoiano a morte nel Cap. III. Spunta la Bellucci (di per sè un segno nefasto) che imbarazza oltre ogni previsione. E tutto questo senza scomodare il fatto (perchè a chi scrive non è mai importato) che dei garbugli posti dall'Architetto nell'unica scena felice (cybertechnicamente kubrickiana) del Capitolo II c'è poca o nessuna traccia nell'epilogo. Una delle troppe frasette emblematiche che qui e lì gli pesudo personaggi di Matrix strombazzano con voce da diaframma ed aria predicabonda è "Tutto ciò che ha un inizio ha una fine". Che è l'epigrafe dell'ultimo poverissimo capitolo. Se è vero, tiriamo un sospiro di sollievo.

Trascorso quasi silenziosamente, il fascinosissimo film di Ozon cattura. Dalla liquida superificie del Tamigi, a quella della piscina del titolo, a quella della costruzione narrativa (cine/letteraria): il giallo della severa scrittrice Sarah Morton, prova interiore in una carriera di bestsellers da supermarket, nasce dal soggiorno nella campagna francese, nella casa del suo editore, assieme alla figlia di questo, Julie, lolita bellissima e a lei opposta. E nasce dalla vita, si crede, quale cronaca semifedele di quel che accade realmente. Una vacanza tinta di sangue. Forse. La superficie delle cose, fragile e ingannevole come quella di ogni liquido, rimanda riflessi incerti, ombre, identità nascoste o solo sognate. La passione irrigidita e soffocata della Morton, l'istintualità provocatrice della Julie-lolita, la scrittrice che si riappopria del suo lato oscuro, delittuoso, la ragazza che svela la sua fragilità di fondo. La verità/finzione dei personaggi si mischia a quella degli esseri in carne ed ossa in uno scherzo magrittiano di falsi riflessi, di duplicazioni, di manipolazioni che trapassano dalla verità letteraria a quella reale/cinematografica. Ozon filma con aria furba, ammicca al fascino misurato del suo polar, s'adagia con convinzione sulla superficialità curata delle immagini (e del racconto) e inscrive con sapienza geometrica passioni e sogni nella misura esatta della sua inquadratura.


postato da: trino alle ore 15:27 | link | commenti
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