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giovedì, 29 gennaio 2004

Tale Simona Morganti...

TulseTale Simona Morgantini, su close-up.it, recensendo Greenaway e il suo Le Valigie di Tulse Luper- La Storia di Moab, svela subito di non avere le carte in regole per una stroncatura rigorosa. Dice la Nostra: "non si capisce che cosa Greenaway abbia voluto narrare"; "non si può definire un 'film' perchè non ha un disegno e una trama ben definiti ma solo un'accozzaglia di frammenti onirici". Per la Morgantini, dunque, i tre quarti dell'opera di Lynch sarebbero altra cosa dal cinema? Ce lo dica, così noi la smettiamo di dirci cine-amatori.

postato da: trino alle ore 10:03 | link | commenti (6)
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mercoledì, 28 gennaio 2004

concordo ovviamente ...

concordo ovviamente con quanto detto dal con-titolare del presente blog. sempre che ci si intenda con le definizioni: la cinematografia è uno strumento, come la lingua scritta ne è un altro. Con la seconda si fa lirica ermetica e si raccontano storie. Tra le seconde troviamo il canone romanzesco ottocentesco, ma anche i surrealisti, gadda e pynchon. Ora: cercare il proprium del cinema in altro che nel suo essere immagini in movimento eventualmente dotate di audio è una mera falsità. La sperimentazione nel mezzo cinematografico non può essere altro che questo. Poi uno può pure sperimentare, che so io, raccontando la storia al contrario, come fa intrigantemente Memento e copia orribilmente quella mezza tacca di film di Irreversible. Ebbene: uno può anche sperimentare facendo raccontare al morto i suoi ultimi giorni. Qui si gioca con la struttura narrativa, non con la struttura-cinema in sè. Nessun peccato, chiamiamola pure sperimentazione cinematografica, ma uno potrebbe pure farlo con la lingua scritta - non si parla del proprium del cinema. Tutto qui.


postato da: trino alle ore 19:46 | link | commenti (4)
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lunedì, 26 gennaio 2004

Dissentendo dal cine...

Dissentendo dal cinefilo-diarista. Nel timore (o forse nella segreta speranza) di dare principio a un dibattito, vorrei muovere alcune obiezioni di principio a quanto scrive l'autore delle note cinematografiche che si leggono in questo blog.
Nel dettaglio: non credo che la specificità della composizione e fruizione del cinema, "la visione", sia sufficiente a farne un'opera di per sé non narrativa. Non è, ovvio, una narrazione letteraria quella cinematografica. Ma è un'arte che non può prescindere da un "punto di vista" nel mostrare un oggetto (più oggetti) in movimento nello spazio-tempo. Non penso sia per semplice comodità che molti termini della narratologia (flashback, sequenza, focalizzazione, etc) si prestano a un uso efficace tanto per forme narrative letterarie quanto per il cinema. Tutto ciò sia detto senza voler ridurre il cinema a racconto di "storie", riduzione che da più di un secolo non si adatta neanche alla letteratura. Nella specificità della visione, in seno a una grammatica del tutto peculiare all'interno della quale si trovano tutti gli elementi per sperimentare ciò che è sperimentabile, insomma, la modalità narrativa permane.



postato da: unodinoblog alle ore 20:42 | link | commenti
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 Detto (e risap...

 Detto (e risaputo) che il film di Inarritu prende un melò abbastanza semplice e si decide a narrarlo frantumandolo e rimescolandolo a dispetto della correttezza cronologica, ci rigiriamo il quesito posto da Crespi sull'Unità, cioè se è più sperimentale narrare una storia semplice ingarbugliandola (parafraso) o (vedi Jackson e la sua Terra di Mezzo) prendere una storia immensa e renderla fruibile a tutti. La risposta del sottoscritto è: nessuna delle due. Per il semplice fatto che sperimentare è narrare in un modo o in un altro soltanto in narrativa. Al cinema, la sperimentazione non può che essere nella visione e in null'altro. La scrittura, certo, può essere un modo di far cinema. Un modo da negare e superare, forse, direbbe il caro Greenaway sul cui Tulse Luper scriverò a breve. Ma non certo il nocciolo centrale su cui misurare la ricerca nel cinema. Inarritu, dunque, ci serve un piatto ben condito e ben cotto, pieno di belle emozioni, di bei conflitti interiori, di una storia tragica, di crescita, vite e morti. Ce li serve disorientando e attraendo con forza verso il plot grazie al mosaico scritturale e alle belle prove attoriali. Ma non sperimenta alcunchè; filma un film classicissimo raccontato in modo appena appena più appealing. Di certo sperimenta di più Jackson, ma non certo per meriti pedagogici. Ma quella è un'altra storia.


postato da: trino alle ore 16:33 | link | commenti (1)
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Diario cinemistico d...

Diario cinemistico dell'assenza (4)

L'ultima fatica di Kitano si fa forte d'uno stile e un'etichetta collaudati e ratificati da critica e consumatori. Procede col garbo dello sperimentatore assai poco inatteso, con la solidità di chi sa cosa ci si aspetta che si faccia per continuare ad essere se stessi nelle visioni altrui. Non è furberia, se non per quel pizzico che è consentito ad ogni uomo, specie a un gran regista come lui. E' forse il bel lavoro di chi usa il virtuoso senza farne quel gran strumento di conoscenza filmica, ma solo (e non è poco davvero) la sintassi entusiasmante di un buon esercizio non senza sostanza. E le avventure del massaggiatore cieco, sgusciando in un cocktail post-generico e post-storico il classico samuraiesco, divertono l'occhio; ma rimangono assai al di qua della furia tarantiniana, pur usandone alcuni ingredienti. Non per la diversità del registro, che è insindacabile; ma per quel tranello per cui la maggiore "umanità" (di Zatoichi) corrisponde a una sua maggiore disincarnazione dal Tempo e dalla sua problematicità. Potrebbe dirsi che questa è la linea di confine che, nonostante la feroce ironia di entrambi, relega il film di Kitano nel canone del comico; e il suo collega fuori, inesorabilmente (e conta poco il divertimento dello spettatore in questo caso) . Ma non sembra che basti.


postato da: trino alle ore 16:15 | link | commenti (2)
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domenica, 25 gennaio 2004

INTIMISTO/2. J’ai pl...

INTIMISTO/2. J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans…L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili, delle carte, dei quadri che stipavano un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto…Strange infatuation seems to grace the evening tide…Rottami, frammenti di frasi, cassette vuote, grosse buste commerciali, bruni, fradici, rosicchiati dal sale, estraggo dai flutti dei versi, dai cupi, caldi flutti del mar dei Caraibi, dove pullulano gli squali, versi esplosi, salvagenti, vorticosi souvenirs…


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martedì, 20 gennaio 2004

TIVU DI(S)SERVIZIO. ...

TIVU DI(S)SERVIZIO. In questi giorni lo scontro è stato frontale e non privo di colpi bassi dall'una e dall'altra parte (RaiUno-Bonolis/Canale5-Striscia la Notizia). Ok, Aran Endemol (la casa di produzione che organizza "Affari Tuoi"), Bonolis, gli autori, etc etc non saranno esenti da colpe (e il monologo di Bonolis, estenuante, e ingenuo in più di un'occasione nelle allocuzioni al pubblico presente, forse ha convinto meno dei presunti documenti mostrati da Striscia) ma Striscia colpisce con ostinazione mai vista (ha cominciato a quanto pare nel lontano 3 novembre, lontanissimo per una trasmissione a cadenza quotidiana!, e, soprattutto, è arrivata allo scambio di querele con RaiUno, cosa mai vista, credo) e proprio quel "pericolo pubblico" che insidia il trono dell'auditel... Insomma, chi scrive condivide  le perplessità nei confronti della trasmissione della Rai, ma...c'è più di un "ma"...

Antonio Ricci è veramente quel genio che dicono? La formula della cattiveria giocosa su cui si impernia da decenni (accidenti, sono davvero decenni!) Striscia la notizia, ha ancora qualcosa da dire? È veramente televisione costruttiva? È veramente "televisione di servizio" come, buonisticamente, vogliono darci a credere? Ma le risate registrate e gli applausi appiccicati sono davvero un semplice vezzo? O c'è di più? E le mossettine? E gli slogan? E il tapiro? Vogliamo parlare del tapiro? Ok, un tapiro è simpatico, un anno di tapiri è divertente; ma una storia di tapiri è una storia felice? E perché striscia deve inseguire chi non vuole riceverlo? Che servizio sta compiendo quando così fa? E potrei continuare per ore (maledizione, davvero per ore!).

Quindi, cari lettori, se è in corso una raccolta di firme per chiedere la chiusura di Striscia la notizia e voi ne siete a conoscenza, ditemi solo dove e come, io (Uno) correrò...

(Questo lo consegnerei ad Antonio Ricci, per l'assenza di idee nuove...)


postato da: unodinoblog alle ore 23:00 | link | commenti
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domenica, 18 gennaio 2004

INTIMISTO/1 Un vent...

INTIMISTO/1

Un vento a trenta gradi sotto zero incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve. E intorno i fuochi delle guardie rosse accesi per scacciare i lupi e vecchie coi rosari...È qualcosa contro il segreto della mia vita. Mentre l'amata devia verso di sé ogni avvenimento, divento inautentico nel mio intimo; perché ora sembra che nella corrente perenne venga sospinto verso di lei anche ciò di cui non posso disporre. In parte è colpa della sua volontà, in parte questa appropriazione è dovuta unicamente alla realtà della sua esistenza. Ella ha trasformato il paesaggio nell'animo dell'amato e ne abita uno dei punti più profondi: la valle verso cui tutto defluisce...Così lei aveva raccontato che quel giorno era uscita con in mano i fiori gialli perché io finalmente la trovassi, e che se la cosa non fosse avvenuta, lei si sarebbe avvelenata, perché la sua vita era vuota. Sì, l'amore ci colpì istantaneamente. Lo seppi quello stesso giorno, già dopo un'ora, quando ci ritrovammo, senza accorgerci della città attorno a noi, accanto alle mura del Cremlino, sul lungofiume.

..


postato da: unodinoblog alle ore 11:56 | link | commenti (2)
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martedì, 13 gennaio 2004

 Sarebbe bene r...

 Sarebbe bene ripassarla, ogni tanto, la lezione di Paul Feyerabend. Senza, per quel che mi riguarda, chiudersi in una specie di fondamentalismo pragmatista. Anzi. Il relativo quale metro del mondo ha i suoi valori. In queste pagine ci crediamo molto. Certo, è una grossa sfida, senza molti amici. Feyerabend muore nel 1994 e poco prima lamenta l'inerzia dell'Occidente di fronte allo sfacelo jugoslavo. Il relativismo, dice, non può ignorare la sofferenza umana: quando un despota massacra i suoi sudditi, non può dirsi che è un'altra cultura, bisogna intervenire. Il problema, maestro Paul, è capire chi decide quando è il momento, quello è il bandolo della politica. E a quale costo, quello è il dilemma umano. Per il resto, noi amiamo ogni forma di conoscenza. Come quel rabbino e quel musulmano interrogati una volta da Feyerabend. La scienza, come la tragedia e, perchè no?, l'astrologia.


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lunedì, 12 gennaio 2004

Con tutte le menzogn...

lecarre.jpgCon tutte le menzogne propinateci dai media, uno oggi deve cercare la verità nella fiction. Così parlò John Le Carrè, antagonista senile.


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 Non serve esse...

 Non serve essere contrari al "parlardisè" nei blog. Lo si può pure fare. Dico: parlar minimalmente di sè. Ogni tanto, vada pure. Giusto per conoscersi meglio. Un tocco di umanità a buon mercato (ottimo), vagamente a brandelli (o a bocconi). Ma quando è troppo? In attesa di chi abbia tempo e verve per estrapolare un teoria sul punto, via al fastidio empirico: ma a chi cavolo interessa per quante volte nel 2003 luca sofri ha ascoltato la tal canzone, e per quante volte la tal altra?


postato da: trino alle ore 11:50 | link | commenti
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venerdì, 09 gennaio 2004

C'è una storiella, u...

C'è una storiella, una piccola straordinaria paranoia, sentita in giro per il quarantennale dell'omicidio di JFK e usata oggi da Paolo Mieli per dire la sua sui miti delle coincidenze. Non una storiella, a dire il vero, ma una lista di numeri. Numeri, date, e lettere contate. Alchimie del caso, a scoprire la materia magica della storia. Che forse è nella numerologia, non nell'Imipolex-G. Cioè? Cioè non nella misteriosa materia plastica che attraversa il Maestoso Gravity's Rainbow di Thomas Pynchon. Perchè Pynchon con questa storiella si divertirebbe un bel po'. E poi attorno a quel giorno di Dallas non c'è forse il più grande monumento alla paranoia post-moderna? La storiella, chiamiamola così, parte dal 1860. L'anno di Lincoln alla Casa Bianca. Passa per le riforme del buon Abraham sui diritti dei neri, per il suo segretario, per il suo successore, per quel venerdì a teatro in cui gli spararano alla nuca. Lincoln, sette lettere. Poi la storiella salta il secolo. Anzi, un secolo esatto. Arriva al 1960, l'anno di Kennedy alla Casa Bianca. Passa per le battaglie del buon Jack per i dirittti civili, per la sua segretaria, per il suo successore, per quel venerdì a Dallas in cui gli spararano alla nuca. Kennedy, sette lettere. 1860-1960, un secolo esatto. Due venerdì neri. Con le due mogli. E un'altra coppia. Di cui la donna illesa, l'uomo ferito (nel XIX come nel XX secolo). La moglie di Lincoln aveva perso un figlio alla Casa Bianca, Jackie Kennedy anche. I Lincoln avevano avuto quattro figli, solo due vivi al tempo dell'omicidio, I Kennedy avevano avuto quattro figli, solo due vivi al tempo dell'omicidio. A sparare a Lincoln fu John Wilkes Booth, quindici lettere. Lee Harvey Hoswald, quindici lettere. Booth era nato nel 1839, Oswald nel 1939. Booth sparò nel teatro e si rifugiò in un magazzino. Oswald sparò da un magazzino e si rifugiò in un teatro (a theater, una sala cinematografica). Booth e Oswald furono assassinati pochi giorni dopo, ciascuno alla stessa identica ora delle loro rispettive vittime. Il vice e successore di Lincoln si chiamava Johnson, a JFK succedette il suo vice Lyndon Johnson. I due Johnson, nell'ultimo anno del loro mandato, ebbero qualche grana e  ciò gli impedì di ricandidarsi. I due Johnson erano nati a un secolo esatto di distanza, 1808-1908. I due presidenti avevano come sentito la traccia del loro destino, un consiglio veggente. Veniva da persone di fiducia, collaboratori, che avevano pregato i due di non andare a teatro, a Dallas. Erano il segretario di Lincoln, Mr. Kennedy. E la segretaria di Kennedy, Mrs. Lincoln.

 


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mercoledì, 07 gennaio 2004

A fidarsi di quello ...

A fidarsi di quello che scrive chi scrive di cinema (sulla carta e sul web), sarebbe stato meglio non entrarci in sala. Mai fidarsi del tutto, però. Tolta di mezzo la questione della dolce Meg arrapata (come trovata da gossip e da acchiappo dell'audience è carina, per il resto non è un granchè), c'è la questione Campion. O, se si vuole, la questione femminile, come consegnata alla storia (e alla storia della cultura) (e alla storia della filmografia dell'autrice). Sembra che la Nostra rifilmi ancora lo stesso tastonare incerto della stessa dolce anima femminile che s'interroga sul Desiderio e la Carne (e sul triste dilemma tra ragione e istinto). Ma non è d'ostacolo a un ritratto sentito e crudo, nuovamente sentito e nuovamente vivo senza neppure il sospetto di una rendita senza idee. Il cammino di Frannie, con tanto di aria vagamente smarrita e trolley, s'incrocia solo casualmente con quello del serial killer - e allo stesso modo il film col Genere, il thriller. Non importano le prove, gli indizi, le piste da seguire, i sospetti e i colpi di scena - anzi: non ci sono affatto. L'unica detection è quella, intimissima, della protagonista sul piccolo mondo che le sta intorno, sull'identità delle persone che sfiora in una NY-discarica tappezzata di bandierine patriottiche. E la casualità dell'innesto del Genere - additata da tutti come falla fallimentare della pellicola - lascia in effetti i segni di un passaggio poco sentito, poco ri-meditato per colpa di quella stessa ossessiva attenzione alla femminilità protagonista. Tuttavia, quelle mosse maldestre (i falsi indizi che la sceneggiatura lancia al pubblico per far lievitare le scommesse sul "chi è il mostro" sono alquanto grezzi, scontati e banali; la resa dei conti al faro sembra vista mille volte....) hanno la consistenza della materia inerte, lasciata lì quasi per dimenticanza, giusto per dovere di scrittura compiuta, mentre al di là di esse c'è la scomposizione del corpo femminile, a dominare il quadro crudo, sporco e splendidamente fotografato da Dion Beeb (già con la Campion nell'anch'esso sottovalutato e interessantissimo Holy Smoke). La disarticolazione, se si vuole usare il termine poliziesco con cui si spiega il ribrezzo di quegli arti e di quelle teste mozzate, in un mare di sangue. O, a tradurre i massacri in disfatta interiore, la frammentazione desolata di attimi, sensazioni, desideri inespressi, "prestiti" di vita altrui vera o sognata (le ricerche sullo slang, la rude ed esperta sessualità del detective Malloy, il primo incontro dei genitori sulla pista di pattinaggio), paure. La ricomposizione di quella carne smembrata è, forse, negata o racchiusa al di là di un altro sogno, in un nuovo viaggio. Sull'onda di quest'inquietudine vibrante, definitiva, quel taglio un po' ottuso degli stilemi del genere assume il senso di un percorso standardizzato nella memoria di tutti, memoria trash o quasi di migliaia di thriller di ogni tipo e qualità, percorso standard in cui si riflette il percorso vaginale (del cut del titolo si è scritto ovunque) ma anche anti-cicatriziale della macchina da presa, dotata di un lume particolarissimo d'intelligenza. Forse c'è una mezza morale un po' fiacca, che sarebbe la stessa della semi-follia di Harvey Keitel in Holy Smoke e dell'abbandono musico-sensuale di Holly Hunter in Lezioni di Piano, cioè che "Conoscere non vale un cazzo", come dice sbrigativamente il detective Malloy. Sarà l'azzardo razionale del controllo totale la lama affilatissima della disarticolazione dei corpi (e delle anime che devono in qualche modo abitarli)? Un film da vedere, pur con le sue pecche.


postato da: trino alle ore 13:12 | link | commenti (2)
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sabato, 03 gennaio 2004

Tarantinologia (2). ...

Tarantinologia (2). Diamoci pure un tono accademico e tentiamo di capire a che gioco giochiamo. Qui, su Pulp Fiction, "quattro passi nella junk culture".


postato da: trino alle ore 15:10 | link | commenti
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Tarantinologia. ...

Tarantinologia. Ventrella, sul dilemma più in voga (tra noialtri voyeurs): Tarantino un genio o una sola colossale? Il riciclaggio, roba antica, è anima della post-modernità. Dunque?

postato da: trino alle ore 15:03 | link | commenti
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La geometria del Pat...

La geometria del Pattume. Se dovessimo stilare un canone di questa era volatile, Lui sarebbe tra i grandi maestri. E, in fondo, aunderworld.jpg sbirciare le tendenze un po' sottotraccia ( per il grande pubblico) della critica più o meno seria, c'è. E questo libro, enorme, faticoso, ascetico nel rigore che impone al lettore, sottilmente morale - si direbbe - nel tentativo religioso di ricomporre in mito umano gli infini brandelli di spazzatura della sua memoria e della memoria del suo mondo, questo libro sarebbe tra le poche cose essenziali da conservare per sempre. Qui, qualcuno ce lo ricorda.


postato da: trino alle ore 14:57 | link | commenti (1)
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giovedì, 01 gennaio 2004

Diario cinemistico d...

Diario cinemistico dell'assenza (3). Qual maggiore sciocchezza che quella di rappresentarci un vecchio valoroso, un giovane vigliacco, un lacchè colto, un paggio che dà consigli, un re facchino e una principessa sguattera? (M. de Cervantes).

C'è un lieve puzzo di conflitto di interessi (in un senso latissimo) a recensire Kill Bill Vol. I qui, dove il ritorno alla scrittura su web è segnalato da tanto di rosso e giallo in conflitto kitsch con scritta allusivissima. E difatti sono pronto a incensare. E prendo il là dall'esordio recensionistico di uno con cui non sempre sono d'accordo, uno che parla, a proposito del nostro film, come del plateale e splendido suicidio artistico di Tarantino. Perchè mai? L'analisi è sobria e corretta: Tarantino si spoglia della brillantezza dei dialoghi e di ogni pensabile contenuto per una fuga monumentale, strabiliante, pirotecnica, geniale nella forma e nella sua gratuita e micidiale epifania. Da sottoscrivere. E da meditare, perchè l'interrogativo (da riproporsi a volume II incassato) riguarda il Dopo, o meglio l'Oltre. Cosa resta di Tarantino, bruciato il totem gigantesco e fantasmagorico di Bill (invisibile sino ad ora) e dell'esilissimo e scontatissimo racconto che lo riguarda? Alla domanda in questione si potrebbe giustapporre un "nota bene", tanto per ridimensionarla: e quel che sarebbe da notare è come il Nostro si è slacciato magistralmente dal vicolo cieco del cult con quel Jackie Brown che abbatteva a zero ogni chiacchiera preconfezionata sulla tarantinità. Dunque cos'è che si ha in mano? Un giocattolone da smontare e glossare in ogni suo fotogramma, di sicuro, ma un'autentica furia visiva. Altro che recupero nostalgico dei generi amati. L'immaginario tarantiniano è ritracciato con la clinica e cinica sapienza dell'esperto e distrutto con la geniale audacia dell'amarezza. Il gioco, il divertimento del pastiche e dell'omaggio al pantheon del Genere (non ripeterò quanto sapete, si è scritto troppo sugli ingredienti mescolati, la "trama" ecc.), il gioco, dicevo, è la scorza sensazionale ma sottile. La pirotecnia affonda ancora per un bel pezzo, oltre la memoria rivisitata del cinema di serie B scorpacciato, dentro la carne morta del Genere (e della sua ricreabilità: resta la riproduzione), ancora più a fondo dentro l'anima agonizzante dell'humanitas (ecco il parolone). Uno solo degli abnormi fiotti di sangue a fontana, oltre a deliziare la retina col quadro in cui schizza, ci rimanda al laccio ideale che impacchetta genialmente il timballo culturale che nutre Kill Bill, ma anche al colpo micidiale con cui Tarantino ci dice dell'impossibilità di aggiungere una sola parola che non sia un ulteriore intellettualismo. L'ultracorpo tarantiniano, leccato tirato a lucido e smisurato, ci taglia fuori da ogni contatto, eppure ci costringe a mille conati ermeneutici, su ogni fotogramma, su ogni battuta, su ogni citazione, su ogni gioco saccente e spossante, nel tripudio orgastico di una regia ancora più inarrivabile.

Non so, a questo punto, se, ammesso che si sia capito qualcosa, sia stata o meno un'incensata. Certo: c'è il monstrum notevolissimo e mastodontico della Crisi. Preghiamo tutti che un mirabile colpo di katana, nel Vol. II, ci faccia scrutare l'abisso dell'Oltre.


postato da: trino alle ore 23:27 | link | commenti
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