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lunedì, 29 marzo 2004

Crepuscolo di un w/e...

Crepuscolo di un w/e debordante. Due angeli cacciati dal paradiso hanno un'idea geniale per tornare a "casa". Tagliarsi le ali (transustanziazione, si diventa umani) e passare attraverso la porta di una chiesa del New Jersey che, per festeggiare il centenario, regala a chi vuole l'indulgenza plenaria. Ed ecco il "virus" nella creazione divina. Lo strampalato cardinale Glick lamenta il trend negativo di parrocchia e con la sua campagna di restyling "cattolicesimo WOW" (con tanto di abolizione di crocifisso e introduzione del nuovo simbolo del "Cristo Compagnone") approfitta della faccenda dell'indulgenza plenaria per acchiappare fedeli.

Ma Loki e Bartleby (i due angeli di sopra) ne approfittano per ben altro. L'indulgenza plenaria laverebbe i loro peccati e - appena morti - li farebbe tornare dritti dritti in paradiso stravolgendo l'ordine di Dio (che li aveva cacciati via). Il trucco è semplice, ma la contraddizione portentosa. In paradiso è un subbuglio: questo stravolgerebbe il creato e annullerebbe l'esistenza stessa. A muovere le fila della nullificazione dell'esistente è un ex-musa, poi "quasi" demone, insomma un renitente alla leva (sia luciferina che divina) al tempo del Grande Scontro finito con la cacciata di Lucifero dal paradiso. Scappato dagli inferi, trama la sua bella rivincita.

Dunque: i due angioletti, avuta la dritta, partono per il New Jersey. Investita del Compito di fermarli, L'Ultima Discendente, una cattolica di fede vacillante (o meglio persa) che lavora in un consultorio femminile bersaglio degli anti-abortisti. A chiamarla alla missione, Metatron, la Voce di Dio. Ad affiancarla, Jay e Zittino Bob, i due Profeti decerebrati e buzzurrissimi, Rufus, il 13° apostolo stralciato dalle scritture perchè di colore (come Cristo, a sentire lui che lo conosce bene), Serendipity (ex-musa, che ha tentato fortuna come artista ma si è ridotta a fare la lap-dance in una bettolaccia di provincia). Un improbabile drappello contro il Golgotiano (un mostro fatto della merda defecata dai giustiziati sul Calvario), il suddetto quasi-demone Azrael, i tre gemelli vestiti da giocatori di hockey e la furia ribelle di Ben Affleck (uno dei due angioletti, Bartleby) che decide di portare avanti la faccenda, nonostante le conseguenze.

E Dio, in tutto ciò? In tutto ciò, Dio è Alanis Morrisette. E di tanto in tanto prende forma umana per andare a giocare a flipper. Ma Azrael lo ha beccato, fatto pestare, ridotto in fin di vita. E - uno dei tanti spassosissimi paradossi - è la comunità cattolica del luogo che lotta perchè non gli venga praticata l'eutanasia (cosa che lo farebbe tornare alla plancia di comando a sistemare le cose).

E così via. Un catalogo plottistico di Dogma sarebbe lunghissimo. Un fittissimo, sconcio, scapestrato rincorrersi di trovate che caricano miti e figure del cattolicesimo profondo e li trasformano in barzellette sporche. Qualche spunto di sarcasmo critico, qui e là, ma soprattutto un'irriverenza assai poco presa sul serio, disordinata e ridondante, sgorgante puro mefitico spirito trash da filmetto goliardico, con punte di splatter, una regia spessissimo innocua e banale, come alcune delle trovate dialoghistiche.

Forse è tutto lì. Quella visività innocua che, diversamente, avrebbe potuto regalarci un vero oggetto di culto. E al di là di questo, rimane uno spasso incredibile, un oggetto cinematografico non identificabile che sconquassa schemi narrativi e schemi pre-giudiziali per sguazzare sporcamente nella scurrile caricatura delle caricature. Poi, se non altro, Dio in persona - vestita come una rincoglionita al saggio di danza - risponde alla domanda delle domande ("Perchè siamo qui?"). Da vedere.


postato da: trino alle ore 10:55 | link | commenti (2)
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venerdì, 26 marzo 2004

faccio una postilla ...

faccio una postilla sul post subito qui sotto, giusto per intenderci che non stiamo mica parlando di rock naif, come aveva inteso io intendessi un certo critico musicale di new york che mi ha chiamato subito dopo aver letto il post. brian, leggiti qui, il testo dell'ultima traccia [io sul blog posso darvi il testo], un formidabile divertissement country:

Well its true that we love one another
I love Jack White like a little brother
Well Holly I love you too but theres just so much
That I dont know about you
Jack give me some money to pay my bills
All the dough I give you Holly
You been using on pain pills
Jack will you call me if youre able?
I got your phone number written
In the back of my bible
Jack I think youre pulling my leg
And I think maybe Id better ask Meg
Meg do you think Jack really loves me?
You know, I dont care because Jack really bugs me
Why dont you ask him now?
Well I would but Meg, I really just dont know how
Just say Jack, do you adore me?
Well I would Holly but love really bores me
Well maybe we should just be friends
Im just kidding Holly
You know that Ill love you til the end
Well its true that we love one another
I love Jack White like a little brother
Well Holly I love you too but theres just so much
That I dont know about you
Holly give me some of your
English lovin
If I did that Jack Id have one in
the oven
Why dont you go off and love yourself
If I did that Holly there
wont be anything left
For anybody else
Jack its too bad
About the way that you look
You know I gave that horse a carrot
So hed break your foot
Will the two of you cut it out
And tell em what Its really all about
Well its true that we love one another
I love Jack White like a little brother
Well Holly I love you too
But theres just so much
That I dont know about you

www.whitestripes.com













































postato da: trino alle ore 12:54 | link | commenti
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Qualcuno potrebbe pu...

Qualcuno potrebbe pure inventarsi che questa mia uscita sia spiritualmente vicina all'uscita terrificante di Gianluca Pelleschi degli Spietati sul mediocrino Will Hunting. Cioè, a come io ho etichettato lo spirito di quell'uscita. Cioè allo spirito, qui in questione, dell' it's only ronck'n'roll. and i like it.

Che poi è lo spirito giusto. Tuttavia, non è così.

C'è Meg White, ragazzotta paffuta vista annoiata nel bel bozzetto jarmuschiano sulla bobina di Tesla (v. infra). E c'è che Meg White prende a mazzate le pelli della sua batteria. C'è Jack White. E c'è che Jack White disegna linee semplici e sporchissime. Ma c'è un disco che tra sbocconcellature di r'n'b, garage, punk, country e pianificatissima profumatura vintage, diverte fin nel midollo. C'è un disco che si incunea con graffiante rozzezza da "venerdi sera - musica dal vivo - rock'n'roll, blues, country" nel bel mezzo del mainstream crepuscolare, digitale, elettro-smanioso dei ns tempi e lo scansa con noncuranza maldestra e cipiglio da innamorato appassionato. Già, perchè loro due vi amano immensamente.


postato da: trino alle ore 12:28 | link | commenti (1)
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giovedì, 25 marzo 2004

17 seconds of compas...

17 seconds of compassion
17 seconds of peace
17 seconds to remember love is the energy
behind which all is created
17 seconds to remember all that is good
17 seconds to forget all your hurt and pain
17 seconds of faith
17 seconds to trust you again
17 seconds of radiance
17 seconds to send a prayer up
17 seconds is all you really need












postato da: trino alle ore 19:32 | link | commenti
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Cammini per le strad...

Cammini per le strade di Roma in una mattina qualunque, e ti imbatti in un cinema, minuscolo, improbabile, l’Hudson, e ti accorgi che stanno proiettando una rassegna di cortometraggi. Entri, anche perché muori dalla voglia di vedere qualcosa che il tuo collega blogger (Trino) non potrà vedere, di prenderti una rivincita sui tanti film che lui ha visto e tu no.

Così, per motivi del tutto aleatori, finisci in poltrona, scomoda, in una sala deserta. Buio. Poi la luce, dallo schermo ti avvolge, ti afferra e ti costringe a non staccare più lo sguardo.

È stato un capolavoro di concentrazione, con esplosione finale, e il tutto sceneggiato egregiamente, con un unico dialogo in due battute che illumina e crea la prospettiva per tutte le inquadrature. Un montaggio apparentemente banale, ma studiato sicuramente in una con la fotografia lucida, lucidissima, e l’asciuttezza della scena: un interno spoglio e poi un ridottissimo ambiente di un metro per un metro o poco più. Una sensazione di angoscia crescente, ma nessuna battuta, solo dei mugugni, cos’è? Forse l’indicibile che si concretizza, si rivela del tutto immanente, di più: materiale.

Un’esperienza esaltante questo cortissimo del “Collettivo Coregisti Comacini”, del cui sito web aspettiamo l’imminente apertura. Ah, si, il titolo, impagabile, era “Purea di prugne”.


postato da: unodinoblog alle ore 12:37 | link | commenti (2)
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mercoledì, 24 marzo 2004

Quando si tenta la f...

Quando si tenta la famigerata "trasposizione", soprattutto se il "trasposto" ha venduto parecchio, ci sono già così tanti soldi e fans in ballo, che la altrettanto famigerata libertà dell'autore si vede scremata dalla metà ai nove decimi. Questo, per così dire, esogenicamente parlando. Poi dobbiamo contare il timore riverenziale. O magari un sincero amore per quella scrittura che si è osato pensare di poter tradurre in luci e suoni in movimento. Oppure la modestia di pensare che in ogni caso non è roba mia, è il lavoro di un altro, vabbene scempiare shakespeare che è polvere evaporata, ma uno così, magari vivo, eccetera.

Date le summenzionate premesse, c'è da approfondire un'ulteriore capitale faccenda. Quella della scrittura forte. Che non vuol mica dire necessariamente virtuosistica e/o massimalista e/o sperimentale e/o via dicendo. ma che vuol dire (più e/o meno) una scrittura visibile - visibilissima - e dunque (per quel che concerne l'oggetto della presente) una trasposizione di una scrittura che non posa la sua forza nel canovaccio, ma nella struttura e/o nello stile (o meglio nel canovaccio come trasfigurato (in senso pieno) dalla struttura e/o dallo stile).

Ecco il caso del buon Ellis e del buon Avary. Il primo è solidissimo autore di culto, ritrattista geniale e impietoso della yuppie generation e abilissimo ricucinatore di se stesso in una sfilza implacabile di romanzi autodissolventesi l'uno nell'altro. Il secondo è il soggettista di Pulp Fiction, nonchè regista e sceneggiatore di quel Killing Zoe impercettibilmente citato (credo) tra i fumi alcoolici dell'incontro tra Lauren e lo studente di cinematografia (nel film oggetto della presente). Intendiamoci: Ellis riesce a tenere incollati alla pagina in un turbinio fenomenale (veramente fenomenale) di ingegno dialoghistico / narrativo. Ma l'impressione è che si tratti di un magnifico, lussuosissimo, gustosissimo (e proficuo) ripasso di una sola unica e identica lezione sulla prodottificazione del sè nel buon vecchio "secolo" della pop life (nel bel mezzo dell'upper class). Intendiamoci ancora: Avary ha in comune con quella "scrittura" (e si parla di scrittura scritta) di esserne probabilmente figlio al pari dell'amico Quentin.

Completate le debite premesse (e pure quelle indebite), possiamo dirci in tutta franchezza che Avary se ne smarca con una buona dose di classe, spirito creativo, ingegno. Il che è di per sè un punto zero (cioè: da qui in poi possiamo guardare al film con una certa serenità di giudizio, senza dover pensare cosa c'è dietro: cacchio: Bret Easton Ellis), ma viste le plurimenzionate premesse è già un discreto successo e bravo Avary.

E quindi: The Rules of Attraction di Roger Avary. Alcune cose decisamente belle. Chi ha occhi per intendere non ha bisogno che glielo dica io quali: i già mitici rewind, il già mitico split screen ricomposto, il già mitico split screen del desiderio, il già mitico "Viaggio di Victor in Europa". Vorticoso, intelligente (cinematicamente parlando, s'intende), forse un po' troppo scarno (non ditemi inevitabilmente) nella resa plottistica e definitivamente didascalico e deprimente nel prefinale. Odioso (quella faccia da filmetto goliardico è inguardabile) Van der Beek. Molto bravo Somerhalder. Qualche strato in più di complessità non avrebbe guastato (anzi: lo avrebbe reso un buon film anzichè un buon film nonostante le famigerate premesse).


postato da: trino alle ore 16:30 | link | commenti
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martedì, 23 marzo 2004

E' essenziale tribut...

E' essenziale tributare il dovuto al Fulgore sfuggente che ieri si è potuto scorgere tra spot e rassegna stampa del tg4. Rinuncerei pure alla pausa pranzo, a tal Fine, ma splinder ce l'ha con me. Poi, qualsiasi altra parola sarebbe inutile (oltre a "Fulgore" "spot" e "scorgere").


postato da: trino alle ore 13:17 | link | commenti
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lunedì, 22 marzo 2004

"Lo scopo della lett...

"Lo scopo della letteratura è la creazione di uno strano oggetto coperto di pelo che vi spezza il cuore".

 

Se avessi almeno una ventina di lettori, potrei fare un quiz, cazzo.



postato da: trino alle ore 15:01 | link | commenti (2)
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venerdì, 19 marzo 2004

Quei sette od otto s...

Quei sette od otto sfaccendati che non hanno niente di meglio da fare che venire a leggere le poche e povere cazzate di questo c.d. no-blog sappino: ero a un passo così da rifilarvi in unico post tutto il fottutissimo great gatsby in originale, tutto lo stramaledetto F S Fitgerald nella sua quintessenza romanzesca. Un passo così.


postato da: trino alle ore 20:01 | link | commenti (1)
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 Paolo d'Agosti...

 Paolo d'Agostini, Repubblica, su Agata e la Tempesta: "il cinema non serve a parlare con se stessi, per quello ci sono le poesie, ma con tanti".

Immaginiamo che la musica serva per parlare con alcuni, la pittura con gli altri, il teatro con quelli che riescono a entrare.


postato da: trino alle ore 15:46 | link | commenti
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giovedì, 18 marzo 2004

Prendete una donna-v...

Prendete una donna-vichinga e un ciccione con una cintura da Fai-da-te e mescolate bene:

I woke up this mornin' with the sundown shinin' in
I found my mind in a brown paper bag within
I tripped on a cloud and fell-a eight miles high
I tore my mind on a jagged sky
I just dropped in to see what condition my condition was in

(Yeah, yeah, oh-yeah, what condition my condition was in)









postato da: unodinoblog alle ore 19:39 | link | commenti
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Pare che qui - a Eus...

Pare che qui - a Euston Station - di musica siano appassionati. E noi li linkiamo promettendo di visitarli molto molto spesso. Perché sapevano di Franz Ferdinand e di Scout Niblett e li hanno anche visti in concerto, perché sospettano del film su Cobain ma non di Gus Van Sant. Li terremo d'occhio, sì sì.


postato da: unodinoblog alle ore 18:26 | link | commenti (2)
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A leggere i blog, a ...

A leggere i blog, a volta, si trova pure qualcosa di interessante. Qui, (via Leibniz) la spassosissima analisi del testo della canzone di Batman, il mitico telefilm coi commenti comics che esplodono per lo schermo. Avete presente? Bat-maan. Bat-maan. Bat-maan. Bat-maan. Bat-man-Bat-man-Bat-man. Da-da-da-da-da-da-da-da-da-da Batman!


postato da: trino alle ore 12:29 | link | commenti
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Jarmusch cuce con le...

Jarmusch cuce con lentezza una sfilza di corti in bianco e nero - il nero del caffè ed il bianco delle tazzine, i bianchi e i neri delle tovagliette a scacchi presenti in ognuno di essi (o esplosi nella scena, quando il tavolo è appena più chic), i bianchi, i neri e le loro ciarle perditempo, il nero del caffè e il bianco impalpabile del fumo di un milione di sigarette. Nikola Tesla immaginava la Terra come un enorme cassa di risonanza acustica.

Il tempo scivola con qualche impaccio sulla superficie incerta e casuale di questa pellicola. Assume velocità strane. Si snocciola lungo le insensate vie di questi dialoghi casuali ed inutili, che assomigliano ai versi sciolti e imprendibili di un poema smisurato di cui ci viene stralciato un pezzo (o dieci pezzi) e donato con noncurante maestria. Un poema per avventori distratti ed estratti a sorte per sedersi a un tavolino sognato nei sogni di un Beckett newyorchese, strafatto di nicotina. L'umanità di Jarmusch, vaga e irrisolta, inafferrabile si compone in quadretti liricamente surreali o soltanto minimi fino all'inconsistenza, eppure a tratti straordinari, di una bellezza sorprendente. L'amico di Isaach De Bankolè non può crederci: Isaach non ha nulla che non va? Vuole rivederlo dopo tutto quel tempo, davanti a un bricco di nero, lungo, brodoso caffè americano senza aver nulla di preciso da dire? Non si convince, c'è qualcosa sotto. Eppure Isaach non ha niente da nascondere. Aveva solo voglia di vederlo.

Eccolo, il bandolo degli incontri di Jarmusch. Delle figurine spaesate della generazione "coffee and cigarettes". C'è una macchina che manda scosse e lampi nell'angolo di un bar semibuio. C'è una pausa caffè smemorata e sognante, distaccata dal mondo, e il mondo (grande cassa di risonanza) ammicca a quel sogno rimandando un lieder di Mahler, che uno dei due vecchi ama. Ci sono le sigarette consentite "perchè abbiamo smesso, grazie a dio" di Iggy Pop e Tom Waits. I gargarismi all'acido di Billl Murray, che beve caffè direttamente dal bricco. Ci sono gli alberi genealogici di Alfred Molina e la gran bravura di Cate Blanchett. C'è anche qualche momento di noia. Giusto il tempo di voltar pagina, quella pagina spiegazzata (e macchiata di caffè, si capisce) di questo brandello trovato per caso di un poema per giramondo che stanno sempre tra le quattro pareti annerite del loro bar e della loro città.


postato da: trino alle ore 10:23 | link | commenti
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 Non può certo ...

 Non può certo negarsi che manchi la voglia di ingoiarlo fino in fondo. Anzi. L'appetito c'è, dal primo all'ultimo minuto. Ci si immerge nelle sue pieghe, si scoprono le variazioni sottili o barocche in cui il Nostro scompone il testo e ne reinventa una (tra mille) Versione(/i) (im)possibile(/i). Quest'opera ci illude (o scoraggia) all'inizio, mostrando quasi sciattamente tutti i topoi del genere, poi decostruisce una a una quelle figure, insinua un grammo appena impercettibile (poi debordante) di follia nei suoi (falsi) clichè e ridisegna un mondo "già visto" e "già letto" interamente preconfezionato, ma volutamente caparbiamente e violentemente esploso in mille schegge di atrocità, sadismo, surreale vendetta ludica ma desolante contro il terreno figurativo, immaginativo e culturale di cui si nutre e di cui si fa icona iconoclasta. La sottotraccia post-moderna, nei guizzi di meta-fiction - è superata da un istinto che rimanda alla storia per sbirciare di sghembo la Storia che rimanda alla forma ed alla artificiosità manifesta del Manufatto Artistico. A tratti, ecco che l'esercizio di stile si mostra nudo e un po' povero di sostanza. Ma non è abbastanza per evitare un ottimo voto in pagella.


postato da: trino alle ore 09:46 | link | commenti
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venerdì, 12 marzo 2004

Sono tempi pessimi. ...

Sono tempi pessimi. Viene la tentazione grave, umilmente e innocentemente solenne, di masticare l'arte (anche cinematografica) come foglie di coca - roba per resistere, per vegliare lucidamente tra le pieghe del presente. Grave? Forse è comunque così. Sprovvisti ( e sprovveduti), ci prendiamo questo film piacevole e con più scorci di interesse. Una commedia piena di personaggi colorati e simpatici, nient'affatto anonima visivamente, pensata nella resa registica quanto surrealmente comica nel canovaccio (cioè "abbastanza"). Si ride. E si ammira anche, un po', quella narrazione sfrangiata e sfilacciata, che sembra un patchwork di pezze multitinta, senza un vero inizio e con un finale che mescola happyending caricatamente happy e una inaspettata tragedia buttata lì senza un vero senso. A prima vista un grosso intoppo, ma chi lo ha scritto, non sa dove vuole andare a parare, commediola italiana con qualche macchietta due trovate originali e un pasticcio conclusivo inguistificabile. Non credo sia così. C'è una leggerezza di forme che disegna una certa sottile complessità. Il resto è una piacevole comicità.


postato da: trino alle ore 10:44 | link | commenti
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venerdì, 05 marzo 2004

Innanzitutto. Fellin...

Innanzitutto. Fellini non c'entra nulla. Perchè mai parlare del cinema allo stesso modo di come si (s)consiglierebbe un paio di scarpe a un amico? Poi. Burton conferma un talento risaputo, indugia  un po' (magnificamente) su motivi suoi tipicissimi (su tutti: la visita alla Strega dall'Occhio di Vetro), spazia largamente su toni dal gusto più ampio (e un po' più generico), tesse una lode sognante al fabuleggiare come vita e arte del vivere che coommuove e a tratti incanta. Però. I però, purtroppo, son più d'uno. Sembra quasi che il Nostro faccia di tutto per negare l'idea che la sua opera è Alta Autorialità piuttosto che talento applicato a due o tre ossessioni ottimamente rese. Big Fish: incantevole, certo, ma in bilico, vagamente zuccheroso, sprovvisto quasi del tutto dello spessore greve (pur vagamente intravisto) che sta dietro ai sogni. Ok: stiamo parlando di un film carino che viene dopo l'inguardabile Pianeta delle Scimmie. Concludo. Sembra che Burton faccia un po' come il suo (magnifico) Ed Wood: incantato come un bimbo dinanzi a quelle meraviglie che riesce a far muovere davanti agli occhi degli spettatori, figure e colori e magie in movimento su una tela bianca, grazie a un fascio di luce che lo colpisce. Il resto, ci pensino pure quelli che mi pagano per giocare. Qualche buon vecchio inghippo plottistico della peggiore hollywood formato famiglia-in-ristrutturazione.

Il fatto è averbbe potuto essere grande, questo film... O forse, ecco il dubbio micidiale, forse no ecco.


postato da: trino alle ore 15:10 | link | commenti
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mercoledì, 03 marzo 2004

Berlusconi, Bossi,...

Photo: A thick cup of chocolate.

Berlusconi, Bossi, Buttiglione, Casini, Fini....

CASA DELLE LIBERTA': AL PARLAMENTO COME AL BAR


postato da: unodinoblog alle ore 13:17 | link | commenti (1)
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lunedì, 01 marzo 2004

Quella foto di un ci...

Quella foto di un ciccione barbuto e trasandato che stringe mucchi di statuette dorate è roba irrilevante. Qui, si sa, non si fa certo antiamericanismo cinematografico. Ma gli Oscar (trademark). Quelli no. E Jackson no. Tanto sappiamo tutti che il miglior film a stelle e strisce datato 2003 è Kill Bill vol. I  (ma magari Burton mi stravolge).

postato da: trino alle ore 20:23 | link | commenti (1)
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 Oedipa Maas, i...

 Oedipa Maas, improbabile detective, nella sua straniante ricerca alla volta del Trystero e dei suoi misteri, segue le tracce di un libro, messo in scena da un regista che poi scompare. Del libro esistono più versioni, differenti per piccole minuzie: una parola "Trystero", che appare o scompare dalle edizioni curate da accademici o conservate in biblioteche inaccessibili. Una paroletta che scopre o ricopre un mondo sotterraneo di cospirazioni e versioni alternative di un gesto comunissimo del comunicare: la posta. Versioni diverse per una paroletta misteriosa che porta alla luce La Versione Diversa del comunicare. In questo piccolo particolare del breve ma preziosissimo romanzo di Pynchon (brevissimo, se si pensa alle usate dimensioni del Nostro) si rifrangono tutti gli altri fili del testo - e, in breve, tutto l'ossessivo ricorrere della Paranoia nell'opera di questo immenso autore. La voce di Pynchon, narratore peculiarissimo, non pontifica mai - come fa il collega Don: non ci sono riflessioni sull'intercambiabilità delle praticabili versioni di "verità", non ci sono illazioni sulla coazione a verificare - infinita - cui ogni indagine (/conoscenza) costringe (con risultati di volta in volta diversi ed opinabili). C'è quel piccolo particolare in mezzo a mille altri, preziosi e discreti, ma allo stesso tempo disperanti in modo dimesso, come lo stile impareggiabile della protagonista, personaggio formidabile. Il corno con un'ansa sola e con la sordina. Vi scoprirete a cercarlo un po' ovunque.


postato da: trino alle ore 18:25 | link | commenti (2)
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