Prologo / Invocazione. O, Corpo Museico, strappami gli occhi dalle orbite, un occhio e poi l'altro, ché il mio sguardo non può sostenere oltre l'immensa adorazione feticistica di Te, attraverso la Sua vista osannante, avida, ossessa. Colpiscimi, uccidimi, soffrirò con Te. Seppelliscimi accanto a Te, ché il buio è negazione della mia presenza fatua. Conducimi con Te, passo dopo passo, in ogni stadio della Tua ostensione. Tienimi accanto quando consumi la corporeità di chiunque abbia osato negare la tua idea di salvezza, piccola o grande che sia. Io sono con Te. E annientami, infine, con struggente ovvietà, che il mio cuore esploda in mille pezzi. Sono pronto. Sono Tuo.
1. Il giocattolo si è rotto. Il giocattolo si è rotto. Non che non sapessimo sin dall'inizio che fosse un giocattolo. Non che non lo avessimo usato - e giocato con lui - come si fa con un giocattolo. Ma ecco le interiora di plastica e sangue. Le rotelline colorate. La nicchia per la batteria da 9 volt. L'interruttore. Possiamo tentare di accenderlo o spegnerlo, ma non risponde più a noi. Quasi si riappriopasse di un po' della vita e del carattere di quei cento pezzetti colorati che lo compongono.
Il puro ossigeno visivo del Volume I, la gioia per le deflagrazioni possenti, ineguagliabili che avevano tinto lo schermo color sangue, ci è sottratto bruscamente. O ci è mischiato a una qualche tossina. A un siero conficcato nel nostro corpo da una mano crudele ma immensamente innamorata, un siero che penetra con una certa rapidità in noi, si mischia al nostro sangue e ci fa docili e impotenti davanti alla proseguita visione - impotenti come vermi, come se avessimo un braccio ritorto dietro alla schiena, in mano al più grande dei maestri guerrieri. Fa' della nostra visione ciò che vuoi. Avremmo potuto, consci dell'artificiosità e della bellezza unica del nostro giocattolo, giocarci per mesi ed anni, fino a quando i giocattoli, avremmo capito, non avrebbero fatto più per noi. Ma con un giocattolo rotto? Una giocattolo tossico? Quello non lo si può metter via da un giorno all'altro. Ci si torna. Ad assaporare il piacere sottile della sottomissione, all'adorazione infinita del Suo Corpo dilatato, seviziato, colpito, soffocato, sepolto e infangato, narcotizzato, sudato, sfiancato da pesi, straziato, insozzato di sputi, commosso, tremante, insicuro, innamorato, pentito, impaurito, speranzoso, materno, grato, sereno. E, in fondo, mentre siamo i servi complici dello sguardo morboso e gioioso di Q. intenti a spiare e adorare la Sua carnificazione nel tessuto plastico del visibile, del già visto possibile, del ripetibile e ripetuto - siamo anche Lei (orribile blasfemia), corpo-oggetto-feticcio, chiamati a rivivere e distruggere il caleidoscopio del vedere sperimentato, in un lungo incubo bellissimo fatto dei mille incubi e sogni di mille visioni collettive.
2. I Padri, I Mandanti, i Maestri. Intesi: Kill Bill è un solo film, se ha senso dirlo. Le figure affilate del Vol. I, adrenalinizzate, lievi e scattanti nel loro perfetto meccanismo da picchiaduro extra-deluxe hanno un intorno. Preso a prestito dallo scaffale del ludico o dello strappacuore o del senzacuore. E' questo che si polverizza attorno alle silhouette formidabili, animate da un fato segreto che ora è mangime iperproteico (plastica e carne e sangue) donato a tutti i convitati. Traversando quel che potevamo ri-vedere, abbiamo mascherato l'amante da padre e lo abbiamo accolto nella nostra ipotesi di quiete familiare; lui ci ha ucciso e noi abbiamo dovuto rimuovere quell'ipotesi per scovarlo, consumare tutto il nostro pre-dato, ucciderlo. Per ri-fondare una ipotesi di quiete grata da madri? Siamo stati sinceri, gli abbiamo detto che non credevamo nei nostri piani, ma che così doveva essere per stucchevole, banale e comunissima preoccupazione per la nostra bambina. Ma quella è anche la sua bambina. La pena per l'offesa ad un maestro è veder dimezzata la propria vista. La pena per l'uccisione di un maestro è la più completa e dolorosa cecità.
3. E noi, con questo enorme peso sul cuore, che cosa dobbiamo fare adesso? Ciechi, forse, o condannati a non poter ri-vedere quello che abbiamo distrutto - ci sono solo le spoglie: tutti i cadaveri del genere, dei generi, del visto metabolizzato.
4. Kill The Bride. Un peso ancora più immane, ma necessario. Altrimenti è finita. Altrimenti rinunciamo all'uomo che è incuneato in quella sfera di vetro di tutti i mondi ex-possibili (e potuti). Uccidi La Sposa. Senza dirlo ad anima viva, senza mostrarti, senza mostrarne le spoglie, senza guardarti, senza farti vedere. In silenzio. Con quell'enorme peso sul cuore. Uccidi La Sposa. Adesso.
Questi saranno da queste parti,

tra qualche giorno (non proprio del tutto entusiasmante)
Questi sono passati da queste parti, qualche giorno fa.
Questo ha fatto un album alquanto ben sostenuto musicalmente, ma che concede troppo al melodico della peggiore tradizione nostrana.
Questi gironzolano nei prossimi giorni.
Questi , qualche mese fa, hanno fatto un buon disco, intenso ben dosato che funziona, melodrammatico e retorico come è il loro stile.
Questi, invece, hanno ricucinato una pappetta che aspirererebbe alla stessa fattura rock melò strappalacrime, ma è un tortino tiepido fatto con gli avanzi di una settimana.
Pro David Foster Wallace. Per le diatribe interne (v. sotto). Verso Occidente... entra ed esce dalla meta-fiction, giocherellando con acrobazie a più livelli, scimmiottando le postille auto-coscienti del (meta)narratore e scimmiottando il narratore (pseudo)scafato che scimmiotta il metanarratore. Poi, la redenzione neo-narrativa, in bocca ad una hostess profetica, che squarcia i gustosi arabeschi dell'intera opera ed apre un varco verso un ritrovato sviluppo della narrazione, uno sviluppo dei personaggi, la proposizione di valori. Questo il punto. E questa la prospettiva di superamento del default post-moderno e del suo (concretissimo, evidentissimo) rischio di resa totale, di avvitamento idiota, di povera riduzione dell'umano al motto brillante.
La forza del libello wallaciano sta su entrambi i fronti, tuttavia. Dalla parte del gingillo meta-narrativo, tagliato con maestria, solidità, raffinatezza e potenza icastica. Dalla parte della (forse un tantino insincera) profezia della catarsi neo-moderna, che esplode la timidezza del protagonista ( e il suo scarso agio col momentum metanarrativo in cui si trova inviluppato) su una linea luminosamente salvifica, perchè (molto poco brillantemente) "lineare", drammatica, catartica. Più che neo-moderna, classica, tragica. Lui sarà chiamato a scrivere un romanzone su una storia di passione e sangue, di un delitto non voluto, di una pena carceraria ingiusta e durissima, intollerabile, di una promessa fatta al più losco dei suoi torturatori, di una promessa mantenuta nonostante le minacce di morte, per un senso profondo dell'onore. Questa la profezia che il Protagonista riceve dalla hostess-angelo, cesura deflagrante e pulsante autodistruttivo del marchingegno metanarrativo. Nel mezzo del cammino infinito che J.D Steelritter (genio supremo dell'advertising), il figlio svogliato e accaldato truccato da Ronald MacDonald, i tre ultimi arrivati per l'Evento e la misteriosa hostess (poi creatura/profeta) percorrono per giungere alla Grande Riunione di tutti coloro che sono mai apparsi in uno spot di MacDonald, lo smontaggio del giocattolo post-moderno è un colpo di reni operato dal personaggio indefinito, non caratterizzato, francamente superfluo sino a quel punto, della hostess taciturna.
L'auto di Steelritter fatica a consumare i km che separano l'aereoporto dalla sede della mitica Riunione. Allo sguardo dei viaggiatori, la grande M del traguardo si mostra e si ri-nasconde, mentre nulla accade e nulla sembra poter accadere. La macchina s'inceppa. Ci sarà mai una riunione? Ci sarà mai una conclusione? Ci sarà mai narrazione che riesce ad essere se stessa perchè esce da stessa, pro-cede? E' DFW a dircelo, sentite le parole dell'angelo profetico/hostess: i cinque arriveranno a destinazione. E' pura fede nella possibilità degli eventi. Noi, quanto a individuazione narrativa, non vedremo nè feste, nè Riunione, nè il luogo in cui tutto sta per svolgersi. Ma sappiamo che tutto si svolgerà. E che il nostro Eroe stenderà pagine e pagine di un romanzone fatto di carne e sangue e valori e narrazione.
Si può discutere su due cose: che DFW non stia sogghignando (come probabilmente fa - e un po' si vede) anche al culmine della profezia catartica; che il punto di rottura eletto da Wallace (e lo spalancamento che ne deriva) sia la reale, concreta Salvezza dalla decomposizione del corpo meta-narrativo.
Ma questo, in una terza puntata.
Questa puntata di Mai dire domenica è andata in onda in forma ridotta perché l'EDITORE non ha ritenuto opportuno inserire satira politica nel periodo preelettorale. O pensa che gli utenti della tv non abbiano uno straccio di senso critico, oppure pensa che ne abbiano troppo. In ogni caso: ridateci Luttazzi, mettelo a condurre il tg1, al posto di Vespa, al posto della DeFilippi, al posto di Malgioglio. Meglio vedere lui che mangia merda, piuttosto che vedere Covatta e Marcoré ingoiarla a telecamere spente.
Concerto dei Giardini di Mirò ieri al Circolo degli artisti, Roma
Il gruppo di Reggio Emilia ha confezionato due buoni prodotti (non noti ai più) "Rise and fall of academic drifting" e il recente "Punk... not diet", in cui le schitarrate si susseguono copiose, in cui c'è spazio però anche per un certo mood malinconico, uggioso (ma non dark). Ieri sera però il concerto non è stato altrettanto interessante: diversi pezzi finivano in un noise soverchiante e in nessuno dei brani a cui ha preso parte si sentiva la voce del cantante, sempre coperta dagli strumenti (tra l'altro hanno eseguito una infelice cover di Heroes-Bowie e una discreta di I wanna be your dog-Iggy & The Stooges, e una felice di Blood Red Bird-Smog). "New start" si riconferma la carta migliore del gruppo (qualcuno l'avrà sentita quest'estate a termini a Enzimi), ma nel complesso risultano deludenti.
Voto 4 1/2
P.S.: Interessanti e spassosi, invece, i Moka, gruppo spalla della serata.
Resa qua e là non banale di un plot intrigantemente ricco di un mucchietto di elementi drammatici. Certi precipizi retorici, però, ricercati con incomprensibile cupio dissolvi. Certa svogliatezza nell'aderire a una visione che sia resa efficace della narrazione e nulla più. Certa "pienezza" di forme tragiche che non lasciano lo spazio vuoto per il "poco di senso". Non si può sostare su una sorta di "cinema di sussistenza". Questo è.
Again(st) David Foster Wallace (o di Westward... e del fatto che lungi dal superare il postmoderno ci si metta a sguazzare allegramente)
Abile, abilissimo nel gioco della letteratura, inteso, post-modernamente, come "cane-che-si-morde-la-coda": cosa può interrompere la perfetta ciclicità, la conclusa autoreferenzialità dell'immagine di un cane che si morde la coda? Semplicemente qualcosa d'altro. E ciò non è semplice. Ma, soprattutto non pare riuscire ai professori di scrittura creativa.
La Testa, nella Prefazione, parla di una critica radicale di Wallace alla metafiction. Io non l'ho vista. Affatto. Ne vedo piuttosto un elogio. La sfida, se così si può dire, è condotta sullo stesso terreno della metafiction, solo: con la maestria di chi sa "attraversare diversi gradi di separazione dalla realtà" senza perdere il conto. Ma è una sfida persa in partenza. Al punto che, penso, piuttosto che di sfida si tratta dell'esibizione di un pezzo di bravura, ironico, sulla metafiction. (Sull'indecidibilità, e la pallida ambiguità dell'ironia c'è poco da dire).
Infine, l'intelligente e spiritosa Martina Testa, che è anche la traduttrice, è forse stata tradita da una redizione disattenta, che ha lasciato correre un errore nella sua prefazione, grave, gravissimo (da licenziamento): dice (p.16):"Ma quello che David Foster Wallace desidera veramente, come Mark Nechtr, è scrivere qualcosa che ci dia una fitta al petto.
E ci riesce."
Ecco l'errore. Nell'originale della Testa doveva assolutamente esserci una particella di negazione; la frase non poteva che essere:
E non ci riesce.

Per gli addetti ai lavori (tra i quali non rientro in alcun modo, specifico), su Pynchon.
(c) Per noi di noblog, invece, oggi è la giornata mondiale della decostruzione del personaggio. Vi invitiamo tutti e nove, quindi, a fare la vostra parte. Non siate pigri. Vi preghiamo. Siete o no anche voi animali simbolici? Quale giornata migliore per questo servizio? C'era un sole così sicuro di sè, ieri. Oggi, invece. Eccolo il giorno. Migliore. Per sbrigare questo servizio. Fatevi questo favore. E, soprattutto, fatene uno ben più grande al personaggio che deciderete di decostruire. Anche solo un tantino. Fateci sapere. Ok. Lo so che siete in nove. E che siete pure orribilmente pigri. Schifosamente pigri. Anzi, sapete, mi state un po' sul cazzo. Suvvia. Era uno scherzo. Non ve la prendete. Qualcuno vi ha mai detto che la carta è un prodotto costituito principalmente da fibre vegetali e sostanze di carica minerali inerti? O che la principale differenza tra carta, cartone e cartoncino è nella grammatura? Oppure che la calandratura è un trattamento meccanico cui è sottoposta la carta dopo la fabbricazione, al fine di aumentarne la lisciatura ed il lucido? Nessuno? Ecco, amici, ve lo dico io. Ve lo sto dicendo io. Tornate un po' indietro, ri-leggetelo. E ricordate: oggi è la giornata mondiale della decostruzione del personaggio. Non fate finta che non lo sapete. Non fate come se non lo sapeste. Certo, forse uno o due di voi leggono i post solo nella parte centrale, forse qualcun altro è incline a rimuovere quanto gli è stato appena detto. Ma non è bello fare così. Non è sportivo. Non è leale. Non è sincero. Dovete guardarvi allo specchio, prima o poi, no? Non fate finta di niente. Oggi è la giornata mondiale della decostruzione del personaggio.
Vi facilito il compito, stilandovi delle brevi note sulla ceramica cinese:
- Va premesso che la fabbricazione di manufatti ceramici presuppone stanziamenti umani relativamente stabili.
- Tra le culture neolitiche cinesi, la piu’ famosa è quella di Yangshao. Essa è anche la più estesa sia cronologicamente (5000-3000 a.C.), che territorialmente e deve la sua fama al livello raggiunto nella produzione di vasellame.
- La ceramica Yangshao consiste generalmente in una terraglia grigia o rosso chiaro, lavorata a mano, con pareti spesse e non sempre regolari, cotta a ca 900° C.
- Le tipologie formali prevalenti comprendono: vasi globulari, scodelle, tripodi ding, bacini pen, ciotole bo, bottiglie hu o ping, giare guan.
- In epoca Chenghua (1465-1487) appaiono le porcellane policrome doucai.
- Con l’imperatore Kangxi (1662-1722) della dinastia Qing (1644-1911), la manifattura di Jingdezhen conosce un periodo di grande splendore.
Non so se si tratta di pubblicità. Onestamente, se facessi un giro di telefonate, in un quarto d'ora riuscirei a dirlo a più persone di quanto ragionevolmente potranno venirlo a sapere qui, nelle prossime ore. Pare, comunque, che oggi sia la giornata mondiale del libro. Svaligiate il catalogo Minimum Fax a Metà Prezzo.
ANI DIFRANCO
Rockabye
(trad. Babelfish, Altavista)
Tendere il giardino di rumore
Quando sviluppo il traffico
Ed i churchbells
Ed i ragazzi della vicinanza
Cantando me
Come il solitude si regola dentro
Nell'aria con lo symphony di Brooklyn del sud
Canto
Rockabye, bambino del rockabye
Rockabye, il bambino che è me
Rockabye, bambino del rockabye
Rockabye finchè sono velocemente addormentato
Il traforo è treno strappato
Le piste sono portate e ferita
Posso ritenere il crepitio
Guidando in su attraverso il pavimento
Ha saltato il turnstyle
_ lui pag per suo giro
Sono l'eco nella stazione
Dove i loro footfalls si scontrano
La ho lasciata al epicenter
Eravamo tremare dutifully
Lo ho lasciato anche
Mi ho lasciato le parti
Rockabye di canto...
Ho detto che oggi sto andando
In tutti i sensi della parola
Ma sono già nell'amore con la vostra memoria
Tutto che veda e sentito
Ed andrò cantare
Come il solitude si regola dentro
A tempo con il rythym
Dappertutto dell'sono stato
Suona come rockabye...
Il sapore un po' ossidato, dolciastro ma forte, della pellicola di Martone denuncia alcune enormi mancanze. Quella di una regia che latita pur mostrando di tanto in tanto la sua forza (che, sembra, potrebbe essere ben altra). Quella di un indugiare datato (forse evocativo, sicuramente incerto, tentennante, definitivamente mancato) su vaghi propositi esistenzial-antonionieschi. Quella di una sorta di compromesso debolissimo e fiacco tra istanze variegate (il corpo denso dell'intreccio quadrangolare, il Parise dal fronte, il posizionamento dei due nella naturale e stantia nicchia del loro ceto intellettual-progressista, la liberazione/libertà sessuale e lo svincolo del dominio "di coppia", il conato decadente ed anti-intellettualistico del vir vitalistico - e lo strascico culturale che potrebbe derivarne ecc.). Altro che scandalo, signori. Ho pure sentito parlare di "insostenibilità a tratti". Per carità. Una deliberazione fiacca (e - per esempio sulla trasposizione temporale rispetto a quella del romanzo - o incompleta o del tutto sbagliata): questo è l'ultimo Martone. Facile intrigare con quel soggetto: basta l'ellissi e qualche buona affermazione di una certa presenza di spirito registico, che diamine. Difficile fare senso e cinema eccetera. Serbiamo qualche buon ricordo (direi su tutti: l'epilogo). Serbiamo qualche orripilante ricordo (su tutti, senza dubbio, la Ardant e i suoi italici sospiri da hot line).
Potrei offrire agli interessati (?!) una sorta di rapido e disonesto report in progress della lettura dell'opera eggersiana (quella struggente e del genio) che dopo aver consigliato al mio collega di blog senza averla letta (per una serie di complesse ragioni metafisiche e metaletturali) ho deciso di ingurgitare scoprendone (proprio come mi aspettavo sin dal titolo) la facilissima digeribilità, l'estrema scorrevolezza, la ricchezza di scrittura, la straripante e disarmante megalomania da adolescente in piena crisi testosteronica. non lo farò, ma spero di trovarvi - da pag. 102 in poi - uno spalancamento: e dunque la letteratura.
Probabilmente, riconoscere che questo film, lungi dall'essere l'ispirata e convinta opera di un credente, frutto del suo sentire più sincero, è un'operazione parecchio furba, risolverebbe parecchi problemi critici. Tuttavia, sarebbe troppo facile, e non del tutto convincente. Che cosa mostra Gibson? Il corpo e il sangue di Cristo, nella loro letteralità (cioè immediatezza sedicentemente anti-metaforica) (cioè carne martoriata e sanguinolenta). Con puntiglio profondamente antirealistico. Antirealistico. L'antirealismo è nella trasparenza del valore sovrumano e meta-fisico della fisicità di Yeshua. L'antirealismo è nell'abuso programmatico di certe figure retoriche (su tutte il ralenti e la colonna sonora in pompa magna),. L'antirealismo è nel pullulare di rappresentazioni del sovrannaturale secondo epifanie horror (i bambini-demoni che perseguitano Giuda, il diavolo nelle sue numerose apparizioni con tanto di vermi nasali, urla, e in abbinamento con una variante neonatale del già noto bambino-demone). L'antirealismo è, soprattutto, nella rapida reificazione sacrale del corpo sacrificato per l'umanità. L'esito alquanto immediato della lunga, dettagliata e sadica flagellazione è proprio la netta confutazione dell'idea che quel corpo martoriato, destinato ad ancora lunghi tormenti, sia (quantomeno del tutto) reale. Con ciò è rapidamente rimossa (ad avviso dello scrivente) uno dei motivi portanti del manifesto gibsoniano, tutto speso nel realismo della rappresentazione.
E tuttavia c'è un problema. Si potrebbe facilmente porre in scacco la visione laica della pellicola, rimandando a un canone realistico che si scolli dal terreno meramente estetico ed affondi in un'idea di realtà veridica e veritiera, verà realtà perchè verità, in cui il dato dell'adesione al reale è non meramente ricognitivo ma fortemente propositivo. Gibson disvela. Gibson mostra. L'ostensione del corpus sanguinolento è esposizione cruda di una realtà che non può (per sua consistenza intrinseca) essere appiattita sull'orizzonte dell'ordinaria percezione. Il realismo sarebbe, in qualche maniera, necessitatamente sovrannaturale. It is as it was, come nel falso commento attribuito al pontefice dopo la sua visione privata. La violenza offerta allo sguardo dello spettatore, graduale, minuziosa, lunghissima, eccessiva (verrebbe da dire ridicola per buona parte), benchè rimasticata e servita con retorica sovrabbondante (e forse anche per questo) è il sacrificio del Figlio dell'Uomo; l'innaturalità contestuale di quello stesso corpo martoriato è la natura propria e reale di quel corpo animato da una forza unica e comunque destinato a tornare in sè - del tutto sovrannaturale, benchè ancora del tutto fisico, materiale, tangibile, forato dai chiodi. Dunque, una rappresentazione sacra - ecce homo (divinus, tuttavia).
La massima parte della narrazione evangelica è elisa. Alcuni episodi sono ridotti (e trasferiti) ad allusione. Gibson non intende raccontare ciò che è evidentemente cristallizzato quale pre-requisito. Non si tratta di un vangelo cinematografico. L'allusione è massima nel celebre episodio della mancata lapidazione di Maria di Magdala. Così come per la mancata nominazione di gran parte dei personaggi, che tuttavia sono pre-noti, entità culturali precise, più che esseri umani. Antirealismo, pianamente. I pochi ritratti, cosparsi dell'aura sognante della memoria nostalgica, non della solennità liturgica della commemorazione, ci consegnano un Cristo laconico, granitico, cosciente e fermo, poco incline a ripassare la ponderosa lezione della caritas e dell'abbandono dei beni materiali (giusto due accenni: ama i tuoi nemici, amatevi gli uni e gli altri; nessuna traccia di: guance, lascia tutto e seguimi, ricchi che non vanno in paradiso, morti che seppelliscono i loro morti, beatitudini ecc.). La liturgia (carnale) è tutta nel presente virulento del Getsemani, della cattura (con pestaggio), dei molteplici processi (con botte sparse), della flagellazione, incoronazione di spine (con breve pestaggio), via crucis, crocifissione, agonia, morte, lancia nel costato. La stessa resurrezione è un breve accenno (oltremodo essenziale).
A ciò è da aggiungere (per ri-dire che non si tratta di un vangelo cinematografico) che la pretesa e presunta letteralità della trasposizione è tutta da rileggere. A cominciare dalla commistione dei vari vangeli, per finire con le cospicue interpolazioni di testi del tutto estranei al canone cattolico. Il cuore pulsante della pellicola (la flagellazione) è ispirata, per dirne una (centrale nello sviluppo del film), alle visioni mistiche di una tal suora Emmerich (cito il cognome a memoria, probabilmente sbagliando). E così via.
L'apparato retorico. Eccoci a un punto essenziale. Se affermassimo che Gibson abbia ideato una gran bella furbata, risolveremmo alcuni notevoli problemi, primo fra tutti la convivenza di intenzioni puriste, autoriali, sincere e per nulla "commerciali" con un tipicissimo apparato da kolossal, espedienti da kolossal, immaginario da kolossal, accondiscendenza rappresentativa hoollywoodiana. E ci spiegheremmo pure - con la tesi della furbata - anche quella chicca della lingua "originale", nota di "originalità" (appunto) che riesca (assieme a quel bel taglio splatter e a quella trovata da polemica "alta" sugli spunti pre-conciliari e anti-semiti) a fare la differenza specifica di un prodotto cinecristico nel vasto scaffale di appartenenza, nonchè una bella attenzione mediatica. Effetto, l'ormai rinomata valanga di soldi. Tuttavia, dovremmo pure riconoscere a Gibson delle doti da genio preveggente, nonchè notevolissimo bastardo senza cuore. Dovremmo tenere in conto le peripezie produttive, il fermo in cassetto per mesi, i soldoni sganciati da lui stesso, l'appoggio di Papà Gibson (teologo pre-conciliare autore di testi quali: "Ma il Papa è cattolico?").
Queste sconclusionate righe non approdano a molto, se non a questo (ovviamente qui non si affronta alcun problema religioso nè razziale, sebbene si possa sbrigativamente dire che la sceneggiatura opera opportune selezioni per cui si ha un Cristo fiero e sereno, guerriero e violentemente e sanguinosissimamente eroico, dei Romani ottusi e degli Ebrei davvero cattivi): La Passione di Cristo è un oggetto alquanto anomalo, che usa alquanto maldestramente un gran mucchio di stilemi e soluzioni linguistiche e narrative della cinematografia di genere (action, gore, splatter, horror, western!) ancor più che di quella kolossal-sacra, per dar corpo all'istanza forte della carnalità del sacrificio del dio-uomo. Un percorso fastidioso e necessario, doloroso e cruento di cui si danno per pre-acquisite premesse e (in buona parte) conclusione ed effetti (evangelici). Il disfacimento del corpo, presto ridotto a grumo sanguinolento non-corpo simbolico, è ostensione del mistero cristico. Il resto è stilizzazione estrema. Il sacchetto dei trenta denari che vola in ralenti da Caifa a Giuda è purissima scontatezza visiva della più trita. Eppure è forse la chiave di ricomposizione di questo film(etto), di un regista che nella più sentita (gli crediamo) delle intenzioni e (soprattutto) a servizio di un'urgente istanza pro qualcosa, mette un coacervo di immaginabilità diffusa. Il riconoscimento delle icone evangeliche stilizzate - il Figlio dell'Uomo/carne martoriata/corpo&sangue che si fa Icona - la parabola sadica di un'agonia disumana che inghiotte ritagli e ritagli e ritagli (neppure troppo ben incollati) di icone visive (cinematografiche) riconoscibili di ogni tipo.
Che è cosa di un certo interesse. Ma intorno c'è comunque un film bruttarello forte.
Credete che sia finita? Che non c'è più scampo? Vi sentite MORTI? Siete morti o state per morire? Avete una malattia mortale o avete perso ogni interesse per il mondo? Siete MORTI?. Ecco, questa giornata e quel che significa, ha qualcosa da farvi imparare, qualcosa da insegnarvi - se ancora non ne siete convinti, se non l'avete capito.
Ai figli di papà va sempre meglio. Happy Easter.

Musica Pasquale tutta per voi: Taste this Showcast lowspeedconnection or highspeedconnection
Da drugmusic una compilation di un'ora di musiche stralunate e psichedeliche o semplicemente rock o soltanto un po' fuori di testa, aventi per tema Gesù o la pasqua, tra cui la bellissima Easter di Patti Smith (Easter Sunday, we were walking./Easter Sunday, we were talking./Isabel, my little one, take my hand. Time has come...)
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Ecco, io lo mando in mezzo a voi.
Parole del profeta holliwoodiano Gibson. Chi scrive non ha ancora visto la pellicola, ma, già subodora un film soltanto spettacolare. Un altro polpettone, solo che qui si conoscono i fatti (non poi così realisticamente trattati, leggete questo assaggio di filologia-filmologia, - va detto però che la pronuncia del latino non è detto che fosse così netta come Leonardo vuole, nell'anno 33 d. C. in una regione periferica dell'impero). L'aramaico e i sottotitoli? Argomento per la critica. La violenza e il sangue? Pane per il pubblico. Così la messa in scena della oscura visione integralista di Gibson ottiene il massimo ma proprio il massimo di audience.
Just As Was Told
This is the story of three Texas boys
Busy minding there own business
When an angel of the lord appeared unto them saying
“When the Winston Churchill’s start firing their Winston rifles into the sky from the Lone Star state, drinking their Lone Star beer and smoking their Winston cigarettes, know the time is drawing nigh when the Son shall be lifted on high“
We told them that didn’t sound very Sunday-go-to-meeting.
“What do you expect (they said) when the Lord calls on the crippled, deaf and blind to lead the Children of Israel to the Promised Land?“
“Children of Israel?“ we asked.
"Don’t you boys know nothing?
The USA is the center of JerUSAlem.”
Into The Storm
Tell your Mother you won’t be home for Christmas this year
Say you’re headed south for the Promised Land
And with gun in hand!
In cui si svolgono alcune considerazione ermeneutiche sul testo della canzone Like a Virgin (già riportato in traduzione italiana) della popolare cantante nota come Madonna.
1. La prima strofa disegna con vivida sensibilità il perimetro in cui il vissuto della protagonista si mostra allo sguardo compassionevole e soccorritore del misterioso personaggio (unico altro) del brano, per venirne da esso trasfigurato e salvato dal baratro terribile della perdizione che, a causa di un certo numero di scelte sbagliate e di uno sbagliato approccio ai problemi della vita, si era spalancato nel pieno della giovinezza della protagonista. Evidenti le delicate ascendenze dantesche.
2. In particolare, il verso Non sapevo quanto fossi perduta, nonostante l’autorevolezza della diffusa opinione contraria, racchiudendo con mirabile sintesi l’intero substrato ideologico del brano, esprime con forza e stringatezza la rigorosa contestazione, che il brano proclama, dell’intellettualismo etico di matrice socratica. E’ noto, infatti, che con lucide analisi e ricche argomentazioni, una corposa parte della letteratura sul brano in parola (v., per tutti, Leff, “Ethical intellettualism and defence of gnosticism in Like a virgin by Madonna”, NY, 1996) ha rinvenuto nel verso sunnominato e nel contesto dell’intera lirica una chiara adesione alla dottrina citata – il cui senso potrebbe volgarmente riassumersi nel motto secondo cui “se si conosce ciò che è giusto e vero, non si può non scegliere ciò che è giusto e vero”. Infatti, secondo il citato autore e gli altri che ne hanno più o meno fedelmente seguito il tracciato teorico, il verso Non sapevo quanto fossi perduta evidenzierebbe la mancanza di consapevolezza della protagonista in merito al proprio smarrimento e alla propria depravazione, dunque la mancata coscienza che il percorso di vita scelto era sbagliato e falso. All’obiezione secondo cui l’intellettualismo etico non contempla l’eventualità di uno smarrimento della conoscenza del vero e del giusto (una sorta di oblio etico), per cui la teoria espressa dal brano consisterebbe quantomeno in una interessante variante del messaggio socratico, la dottrina citata risponde evidenziando come il verso Toccata per la prima vera volta ed i successivi versi Non puoi sentire il mio cuore che batte/Per la prima volta? inducono a negare che il brano richiami uno smarrimento di una retta via (retta conoscenza) già imboccata e nota, ma piuttosto a concludere che l’intero testo sia una splendida metafora dell’incontro tra la protagonista con la retta conoscenza del vero e del giusto (con la conseguente scelta del vero e del giusto, significata dal verso Mi fai diventare forte, si mi fai diventare un bolide). Il nostro modesto avviso, tuttavia, è che la menzionata teoria, incentrata su alcune estrapolazioni del brano, trascura palesemente di verificarne la propria tenuta a fronte dell’intero sistema di rimandi e simboli disegnato dal brano nel suo complesso, dall’analisi del quale non può non concludersi che Like a virgin sia (i) un portentoso movimento dello spirito in tre tempi: A. stasi – B. smarrimento – C. redenzione, nonché (ii) una acuta e graffiante confutazione delle dottrine intellettualistiche, ed un innovativo esperimento eclettico che conserva il nocciolo più duro del volontarismo etico, ricostruendolo in una prospettiva di idealismo post-romantico.
3. La prima strofa del brano rappresenta lo smarrimento della protagonista (Ho superato zone selvagge), che tuttavia non annulla del tutto la sua forza vitale, né la conduce alla disfatta (In qualche modo ce l'ho fatta). La cantante descrive chiaramente, nella seconda strofa, come la protagonista avesse ben chiaro in mente, e fosse dunque totalmente consapevole, dell’erroneità e della sterilità del percorso di vita intrapreso (Mi sentivo sconfitta, incompleta), nonché del fatto che la scelta di siffatto percorso derivasse da un errore (Mi sono fatta fregare) e desse origine, a sua volta, a un terribile senso di dolore e costernazione (ero triste e depressa). Da quanto sopra, deriva che, al contrario di quanto potrebbe superficialmente desumersi (e, come visto, si è desunto) dal verso Non sapevo quanto fossi perduta, (a) la protagonista è consapevole della sua depravazione, (b) la protagonista è consapevole che il presupposto della sua depravazione è un errore, (c) la protagonista è profondamente triste, pentita e addolorata per la strada che ha percorso. Già da questa prima analisi, dunque, sembra che la protagonista è tutt’altro che inconsapevole di ciò che è male, e tuttavia vi è immersa, incapace di uscirne.
4. Tuttavia, rimane il concetto evocato dai versi Non sapevo quanto fossi perduta /
Fino a quando ho trovato te. Sembra, dunque, che il contatto con l’altro protagonista del brano, che senza dubbio ha una portata salvifica di enorme rilievo (v. ancora Mi fai diventare forte, si mi fai diventare un bolide), ha anche un effetto di espansione cognitiva. Come notazione preliminare, dunque, potrebbe affermarsi che (i) la protagonista ha piena conoscenza del male della sua condizione, ma (ii) la sua consapevolezza si spinge sino ad un certo punto e non riesce ad avere un quadro chiaro dell’entità dello smarrimento.
5. Una illuminante chiave di volta per smontare il segreto del testo ci viene dal verso La mia paura sta svanendo velocemente, che deve essere letto assieme ai versi Si, tu mi hai fatto sentire /
Che non ho nulla da nascondere. In questi versi, l’effetto salvifico dell’altro personaggio del brano è più puntualmente connotato lungo le ideali direttrici del (a) superamento della paura e del (b) superamento di un senso di vergogna. Sulla base di quanto compreso in seguito alle considerazioni di cui al punto 3, e cioè che la protagonista è ben cosciente della propria situazione, è possibile ritenere che il binomio paura-vergogna fosse propriamente associato a siffatta consapevolezza del proprio stato. In altre parole, la protagonista, che versa nella depravazione, non si inorgoglisce arrogantemente di tale situazione, né sprezza i precetti morali, né mostra di disconoscerli, bensì soffre di tale suo stato, se ne vergogna e probabilmente pensa di non poterne uscire e dunque ne è terrorizzata. In breve, la protagonista conosce cosa è male, lo vive e non ne esce solo perché è paralizzata dal male stesso, non ha il coraggio, la stima di sé, la forza per trarsi fuori dalla cattiva strada. Tale tesi è oltremodo corroborata dai versi Oh il tuo amore ha sciolto / si, il tuo amore ha sciolto / Ciò che era bloccato e freddo.
6. Un altrettanto notevole spunto interpretativo giunge dai versi Sei così bello e sei mio / mi fai diventare forte, si mi fai diventare un bolide. La protagonista, dopo il contatto con l’altro personaggio, mostra di essere nuovamente sensibile alla bellezza del mondo (opposta all’aria deprimente della depravazione), al senso della velocità (opposto alla paralisi statica della depravazione), alla trasformazione (mi fai diventare) (opposto all’immobilità della depravazione), alla proprietà privata (sei mio) (opposto alla de-individualizzazione della depravazione). Il contatto con l’altro personaggio, dunque, non apporta alla protagonista la coscienza del male e del bene (e questa la porta alla scelta del bene), bensì la coscienza della propria potenzialità di auto-salvazione (supportata da apposito conforto amoroso).
7. A questo punto, potremmo sciogliere il dubbio interpretativo mantenuto sui versi Non sapevo quanto fossi perduta / Fino a quando ho trovato te ed affermare che, a dispetto di quanto possa apparire a prima vista, il testo intende dire non tanto che la protagonista non pensava di essere perduta in modo così particolarmente grave (abbiamo infatti dimostrato ampiamente che la protagonista stava per crollare proprio per la dura coscienza della propria enorme depravazione), quanto invece che la protagonista pensava di essere gravemente perduta (e dunque, come si è visto, definitivamente condannata – e si vergognava di questo e ne era paralizzata) ma invece non lo era così tanto.
8. In seguito all’incontro con l’altro personaggio, dunque, che diventa subito il suo amante, la protagonista prende coscienza del fatto che non era poi così depravata, e in seguito a tale nuova coscienza si salva. La sua nuova percezione, di quasi verginità (Come una vergine, ooh, ooh / Come una vergine / Sto così bene dentro) è la più limpida dimostrazione che la protagonista si sente pura (dunque non più depravata), senza che la trasformazione abbia interessato atti e/o parole e/o opere della protagonista. Difatti, l’effetto salvifico concerne sensazioni di sé , percezioni di sé , riesami di precedenti sensazioni e percezioni di sé.
9. La conclusione, che doni coerenza al quadro nella sua completezza, come qui ripercorso, non può che essere che la protagonista abbia incontrato una persona particolarmente speciale, corrotto e indiavolato, che le abbia dato coscienza più piena (perché nutrita dal confronto) della ridicolaggine della propria depravazione e le abbia donato una nuova (relativa: Quando il tuo cuore batte / Accanto al mio – ecco la critica alla dogmatica razionalistica) purezza. Un vero uomo, duro e spietato, un gran figlio di puttana al cui cospetto lei è una monella, altro che depravazione. Siffatta opinione è oltremodo confortata dai versi Non puoi sentire il mio cuore che batte / Per la prima volta?, i quali indicano senza ombra di dubbio l’intento della protagonista di avviare un programma liberatorio e catartico di nuova e più vera depravazione, perché i batticuore che ha creduto di provare fino adesso, mentre faceva la stronzetta con l’amica Melanie, a quel party noioso, incendiando tutto, sì, quello lì, se sei in ascolto lo sai stronza!, be’ quei supposti batticuore erano bagattelle. Adesso sì che si balla, amico.
Cogito, ergo andatevelo a prendere in culo.
Henry Mackie, Programma per la reificazione della condizione umana fin dalle radici.
MI CHIEDO
da che cosa dipenda la qualità delle immagini lynchiane, intendo non le scene o le visioni, ma proprio le tinte, le luci, e insomma quell'aspetto che non saprei definire meglio che patinato-televisivo. Certamente c'è una spiegazione tecnica, e vorrei conoscerla nel detaglio, si tratta di macchine da presa diverse (televisive invece che cinematografiche?), di pellicole diverse, di esposizioni alle luci diverse, di interventi a posteriori sulla pellicola?
Chi sa risponda, please

Prendete Gus Van Sant. E David Foster Wallace. Metteteli a chiacchierare di Will Hunting, letteratura, film dei Cohen. Ne verrebbe fuori (ne è venuta fuori nel 1998) una robetta insipida, ma incredibilmente figa (per chi ama i due)(Will Hunting a parte, s'intende).
Come una vergine. Madonna -
Ho superato zone selvagge
In qualche modo ce l'ho fatta
Non sapevo quanto fossi perduta
Fino a quando ho trovato te
Mi sentivo sconfitta, incompleta
Mi sono fatta fregare, ero triste e depressa
Ma tu mi hai fatto sentire
Si tu mi hai fatto sentire
Splendente e nuova
Coro:
Come una vergine
Toccata per la prima vera volta
Come una vergine
Quando il tuo cuore batte (dopo la prima volta "Con il battito del tuo cuore")
Accanto al mio
Ti darò tutto il mio amore, ragazzo
La mia paura sta svanendo velocemente
Ti ho aspettato
Perchè solo l'amore può durare
Sei così bello e sei mio
Mi fai diventare forte, si mi fai diventare un bolide
Oh il tuo amore ha sciolto
Si, il tuo amore ha sciolto
Ciò che era bloccato e freddo
(coro)
Oooh, oooh, oooh
Tu sei così bello e sei mio
Sarò tua per sempre
Perchè mi hai fatto sentire
Si, tu mi hai fatto sentire
Che non ho nulla da nascondere
(coro)
Come una vergine, ooh, ooh
Come una vergine
Sto così bene dentro
Quando mi stringi, e il tuo cuore batte, e mi ami
Oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh, oh
Ooh, baby
Non puoi sentire il mio cuore che batte
Per la prima volta?
MR. PINK
"Like a Virgin" is all about a
girl who digs a guy with a big
dick. The whole song is a
metaphor for big dicks.
MR. BLUE
No it's not. It's about a girl
who is very vulnerable and she's
been fucked over a few times.
Then she meets some guy who's
really sensitive--
MR. PINK
--Whoa...whoa...time out Greenbay.
Tell that bullshit to the
tourists.
In the blackness, a man, FRED, is sitting on a bed smoking a cigarette. we see his back, but with each glow of the cigarette ash, we see his face reflected in a mirror on the wall across from him. In the darkness, there starts the sound of a motor which draws curtains back across a large picture window just off screen. As the curtain moves, hard-edged light begins crawling across the room, and we see everything clearly. Fred is wearing a robe and pajamas, it's early morning.
CLOSE UP ON FRED'S FACE IN THE MIRROR - Blank expression - face somewhat obscured or distorted by smoke from the cigarette.
CLOSE UP ON FRED'S ACTUAL FACE - Unshaven, haggard look, eyes seem empty, glazed over. Fred is 32 years old, with dark hair.
THE DOORBELL RINGS. Fred looks up, startled by the noise. He looks at the digital clock: 5:30 a.m.
FRED STANDS, goes to an INTERCOM on the wall next to the mirror. He pushes a button.
A VOICE comes over the intercom.
VOICE OVER
INTERCOM
Dick Laurent is dead.
Fred leaves the bedroom and goes through the house. He is on the upstairs level. He looks through a narrow slot window,
but can't see the front door below. He goes further in the house to a picture window that overlooks the street below. There is NOBODY there.
Ho comprato Dave Eggers e Landolfi.
Ciò che state per leggere è frutto della lettura comparata di poche righe di 2 libri.
Uno, del 2000, L'opera struggente etc., comincia con una serie di avvertenze ammiccanti e prefazioni autoironiche. Confesso che al quarto sorriso mi sono stancato e ho immaginato l'autore, 23enne l'ho immaginato, fiero del suo attestato rilasciato dalla Western or Eastern School of Creative Writing Corporation & co., che scrive un romanzo come un plot pubblicitario. Per inciso l'incipit è: DI LA' DALLA FINESTRA ALTA E STRETTA DEL BAGNO il cortile di dicembre è grigio e triste, gli alberi si stagliano calligrafici.
L'altro, del 1953, LA BIERE DU PECHEUR, inizia con una serie di epigrafi tratte da sconosciuti (credo) "signori". Poi c'è una paradossale dedica a Carlo Bo. Infine l'incipit: Mio Dio, mio Dio! Da tanto tempo desideravo cominciare uno scritto con questa inutile invocazione.
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