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venerdì, 14 maggio 2004

 E' giunta ahimè. Ahimè? Chissà. Qui accanto immaginate di vedere l'icona che avrei voluto a epigrafe visiva di questo post. Laura Dern che piange col volto stravolto nel vedere il suo amato Kyle MacLachlan che aiuta Isabella Rossellini nuda e sconvolta. Dicevo. E' giunta. L'idea di un blog nasce con il trend generale. Nasce, per quanto mi riguarda, sulla piattaforma del cannocchiale. Si parlava di cinema, più o meno. Poi arriva l'idea di noblog. Un blog di gruppo (tre bloggers) che parlano di cinema e letture (io, trino), di attualità (bino, poi scomparso dal web), di politica (bino e un po' anch'io, trino), di quasi nulla (unodinoblog, poi ringalluzzito). Noblog dura un paio di mesi. Bino, poi scomparso, fa la parte del leone e dà al blog un taglio di commento giornalistico. Io sono la terzapagina, più o meno. Poi succedono varie cose, la vita è dura, io (dopo aver smesso di essere uno studente) ho smesso di essere uno con tanto tempo libero, bino è scomparso (avvistato l'ultima volta nei dintorni di Acapulco con impermeabile ed occhiali scuri), unodinoblog non è che avesse scritto molto su Noblog. Noblog ha avuto per qualche settimana un certo audience - relativamente stimolante, qualcosa come un centinaio o più di contatti al giorno - anche se non ha mai voluto indulgere al tono colloquial-ruffiano con i lettori (e difatti non era commentato per niente). Il primo acesso di notorietà veniva da un deciso piano di marketing consistito in post su Luca Sofri e relative e-mail (i bloggers sono troppo miseramente narcisi per non dar conto di una notizia - chissà se vera - che avevamo avvistato un tizio con la maglietta del blog di ls in danimarca). Così il post su wittgenstein ci diede l'avvio per la notorietà, mantenuta soprattutto dall'assiduità e dalla piacevolezza di scrittura del ns. amato bino. Dopo, come detto confusamente, arriva la passione&morte. Noblog muore e resta morto per ben più di tre giorni. Addirittura 30. Con la notte di S.Silvestro, arrivò il Volume II. Bino non era più tra noi (o tra me?), ma unodinoblog era in qualche maniera ringalluzzito. Così, eccovi questi mesi di cinema e letture e qualche buona dose di cazzate micidiali. Il punto è che mi sono rotto le palle. Il mercato del weblog ci sta rifiutando (anche perchè non c'è la voglia nè il tempo di sondarlo e penetrarlo), e noi occupiamo frazioni di intangibile leggibilità per (verosimilmente) tre o quattro abituali, tre o quattro saltuari e due o tre che capitano qui ogni giorno per errore.

Amici, se volete parlare delle cose di cui parlo qui, telefoniamoci. Se vivete a (o passate per) Roma, andiamo a prendere una birra, andiamo al cinema, andiamo a sentire qualcuno che strimpella in qualche posto. Ha senso questo schermo del blog? No. Siete tre o quattro? Ok, vediamoci, sentiamoci, io mi sono rotto davvero le palle. Vi racconto la storiella di Berlusconi che telefona dall'inferno: la sapete? Ve la racconto. Potrei anche darvi il numero di cellulare, se non ci fosse il rischio che a chiamarmi sia uno dei tipi che piomba qui cercando su google "l'autobiografia delle emozioni nella vita adulta" o "cosa vuol dire debacle sessuale" o "le mie prime marchette al cinema".

Scrivetemi a no_blog@libero.it. Potrebbe anche darsi che la naturale propensione schizoide del sottoscritto partorisca più in là un Vol. III. Ma a chi gioverebbe? Una fanzine d'Istituto gira di più. Sarà mica che  non fumo da 11 giorni e 14 ore? Boh.

Silencio

r.


postato da: trino alle ore 14:18 | link | commenti (2)
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lunedì, 10 maggio 2004

Piccolo tributo al film di Van Sant, mediante lo strumento più opportuno. La replica di un post di quasi un anno fa, quando ancora noblog doveva essere concepito.

DOCCIA / doccia





Come si fa un remake? O meglio, cos'è un remake? Quale che sia la risposta, ha poco a che vedere con Psycho di Gus Van Sant (1998), vale a dire del suo rapporto con il successone hitchcockiano del 1960.

Van Sant clona l'oggetto delle sue attenzione. I titoli di coda cambiano il grigio col verde, ma restano quelli. La sceneggiatura è dello stesso Joseph Stefano di trentotto anni prima ed è quasi quasi identica se non per qualche dettaglio. Il disagio di Marion, nel motel della prima scena, non è data dall'ora sconveniente (pranzo), ma dallo squallore del posto (gemiti adulteri in sottofondo). I quarantamila dollari rubati da Janet Leigh nel 1960 sono lievitati in quattrocentomila nelle mani della più smaliziata Anne Heche. E così sono moltiplicati anche i soldi che la bella protagonista (finchè morte non ci separa) aggiunge alla sua vecchia auto per averne una nuova (meglio, usata) per la sua fuga improbabile. Norman Bates non si limita a spiare dal doppio foro (enorme/piccolo) l'ospite che si sveste, ma accenna una rapida masturbazione.

Quegli stessi dialoghi. Quella stessa azione. Quello stesso gotico californiano per Casa Bates, tenebrosa sull'altura. Quella stessa disposizione di stanze e mobili (appena aggiornati nello stile). Quello stesso tema musicale di Herrmann, appena riorchestrato da Danny Elfman.

Fin qui, interessante. Ma la macchina da presa di Van Sant ripercorre i bordi affilati della pellicola hitchcockiana, ne misura lunghezza e spessore, tratto dopo tratto, rifilma lo stesso film, rivede il già visto, passo dopo passo, inquadratura dopo inquadratura, con cura filologica, ma senza pedanteria accademica, ripetizione dopo ripetizione.

L'autore annuncia una messa in scena fedele, ma appena appena rinnovata. Un'operazione a scopo divulgativo. Poca roba, forse. Addirittura da essere marchiata, con senso circense del cinema, un giallo quasi buono, "se non fosse l'esatta copia del film di Hitchcock (voluta, dice il regista)" (Bertarelli, Il Giornale, 5 maggio 2002). Bene. Voluta, la "copia" non può che esserlo, dato che non si tratta solo di "di cosa parla" o "cos'è che si son detti", ma di inquadrature rigirate e riviste come in saggio critico sul film. E il "buon giallo", be': se si crede alla versione divulgativa è appena appena una messa in scena di un testo notissimo (non aspira a null'altro). Oppure è un'esperienza clonativa che indaga con sobria riverenza sui confini dell'esperienza cinematografica.

Se i caratteri dei protagonisti assumono una diversa sottigliezza è nella sostanza del testo cinematografico e nella buona dose di effettiva sincerità del lavoro di Van Sant. Sincerità verso un pubblico di vergini (rispetto al film hitchcockiano). Sincerità verso la vocazione davvero divulgativa della pellicola.

Marion ha smesso quell'aria da educanda. Ma è Bates quello che cambia di più. Il volto di Perkins non poteva essere semplicemente ricalcato o rifilmato. Vince Vaughn ripensa un suo Norman Bates, accenna un sussurro di movenze effeminate, scioglie spesso una risatina svagata e isterica, sorride alla sua stessa follia.

A non farne - per fortuna - un "buon giallo" è la consapevolezza dell'esperienza ripetitiva. Hitchcock disse di Psycho che era un film che giocava sull'emozione, senza temi importanti, senza personaggi significativi. Certa critica ancora fa leva su questa coloritura di "cinema puro" per saltarlo nel novero dei grandi lavori del regista. Van Sant fa da specchio a quella purezza visiva ed emotiva, ripetendo il gesto del cinema che basta a se stesso, ma frapponendovi lo schermo della doppia riflessione: il cinema che riflette il cinema per riflettere sul cinema.






postato da: trino alle ore 11:31 | link | commenti (2)
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sabato, 08 maggio 2004

lanonaora.jpg 

 

Uno che se ne intende, uno che è riuscito a portare l'arte in tv in modo brillante e interessante (ma non è granchè riuscito a sopravvivere alle insidie dei palinsesti della tv gratuita), ci dice che Cattelan non è un artista; che Cattelan è un pubblicitario; che è un pubblicitario veneto gestito da managers milanesi.

Noi, qui, non abbiamo la più pallida idea di che cosa voglia dire, con gli anni che ci ritroviamo sulla carta d'identità culturale, l'interrogativo su che cosa sia l'arte. Peccato. Se avessi avuto anche la benchè minima idea in proposito, avrei potuto trascrivere qui la lettera che un mio conoscente di origini danesi mi ha spedito qualche mese fa, dopo un viaggio nel centroamerica.

Tuttavia, la trascrivo lo stesso. Si intitola "La decima ora".

"Caro [...trino..],

ieri mattina ho impiccato un bambino. Non credevi sarebbe successo, vero? Invece. La forza dell'abitudine. Dici che vuoi smettere - ci credi pure, per carità - e forse potresti pure, ne avresti la forza. Ma perchè dovresti? Ricapitoliamo: i propositi condivisi, la possibilità di farlo. Ma il movente vero? Tu hai cercato due o tre volte di smettere di fumare. Il movente credo sia nei disagi del respiro, e tutte le storie menagrame scritte sui pacchetti. Ma la cosa che sotto sotto forse ti rode di più è la dipendenza sputtanata. O forse no: roderebbe a me. Io non dipendo da queste piccole cose. Ma sono un tipo conservatore. Impicco. L'inerzia di un vezzo, tutto qui. Sai che brezzolina infingarda c'era, quando tiravo le corde attorno ai rami squamosi? Quasi quasi mi prendevo un bel raffreddore. Ma alla fine, tutto bene.

Tu forse - o qualche tuo amico meno sincero di te ma più attento a fare il provocatore - che la dimensione del battibecco pubblico è l'estremo compimento della democratizzazione dell'arte. Spostati i presupposti strutturali della committenza, ecco far cadere il mito dello snobismo della fruizione. Credi a queste panzane? Io no. Lo snobismo è irrimediabilmente presente in tutti i campi che non hanno bisogno di rivolgersi alla generalità del pubblico per avere feedback costruttivo. Ok, forse deliro, ma questa potrebbe essere la ragione per cui odio i bambini. O forse questa è la ragione per cui la fetta di mondo in cui vivo fa finta di amare i bambini. Questa sarebbe la ragione. Se io impiccassi i bambini per una sorta di disegno contro-culturale. Tuttavia, ti ripeto. E' la forza dell'abitudine."

Io, ovviamente, non ho mai creduto che questa persona dicesse sul serio.

Il fatto che l'hanno arrestato solo otto mesi dopo, mi ha fatto riflettere parecchio.

Non è una persona cattiva, ma forse ha qualche problema. Tuttavia, ha avuto un'infanzia confortevole e dei genitori amabili.


postato da: trino alle ore 20:59 | link | commenti
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Andate stasera a Roma al circolo degli artisti: c'è BUGO.

Io semplicemente non andrò.


postato da: unodinoblog alle ore 18:27 | link | commenti
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martedì, 04 maggio 2004

Prosegue la campag...

Prosegue la campagna di (dis)informazione sul Bugo. Oggi vi do i link di un'intervista del 2002 (ecco) e di una recensione a Dal lofai al cisei (l'ultimo lavoro di Bugo fino a dopo settimana prossima) (eccola). Ricordate il concerto sabato 8 al Circolo degli artisti a Roma (via Casilina vecchia 42) e cliccate il link al blog "iomibugo" che abbiamo prontamente inserito tra i nostri link.


postato da: unodinoblog alle ore 11:48 | link | commenti
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Tolto il dente egger...

Tolto il dente eggersiano. Liscio. Piacevole. Carino. Togliersi i denti così è un ottimo affare. La cosa è dinanzi agli occhi di qualunque lettore: onanismo, fantatischeria ossessiva e dovuta, egocentrismo così visceralmente sbandierato e calpestato e rispbandierato e spiattellato che finisce per disarmare anche il critico più malintenzionato che abbia un grammo di buon cuore. Come un ragazzino che insiste e insiste, ancora e ancora, sul suo piagnisteo esibizionista così aperto, svelato e sincero che non puoi fare a meno di sorridere, di lasciar fare e di constatare che tuttavia, è un piagnisteo narciso ed esibizionista, ma un po' diverte, e poi adesso sono libero. Come il Dave personaggio ostenta la sua tragedia familiare in un atto pseudo catartico- pseudo sperimentale, pseudo-critico, pseudo-pseudosuperficiale per guadagnarsi la sua nicchia nel cuore del microcosmo umano in cui si ritrova, così il Dave autore svende i cadaveri di mamma e papà per tirare le somme di un collage fatto di tre o quattro compitini di scrittura creatinica. Ossessionato dall'idea che la narrazione possa perdere il suo smalto, smettere di essere così brillantemente veloce e strafiga, Eggers urla, terrorizzato dal silenzio. Scrive e riscrive, fiumi di parole luccicanti. Pura stroboscopia e, perchè no?, ben fatta, riesce bene. Basta questo - per quanto mi riguarda- uno dei pochi libri che sono riuscito ad aprire - e leggere un po' - in metropolitana. Poveri noi figli di puttana, a scimmiottare il suo finale che cuce il ruffiano cool supershakerato di tutte le trecentoeccetera pagine di prima con un ruffiano pseudoaggressivo da checcazzovoletedame ricalcato (sembra) su una fotocopia venuta male del broncio pierced di un punk molto molto edulcorato cullato nel bel mezzo della crema della alta middle class a stelle e strisce. Una brillantezza candeggiata da ogni fermento reattivo autentico.


Così volutamente malata che riesce solo brillantemente superficiale e quasi superflua, se non fosse per due ragioni.


La prima ha a che vedere con l'entertainment e il corto circuito dell'arte che dialettizza col pop e con la sua formidabile impalcatura reale che lo regge, lo nutre e ne riceve nutrimento fecondissimo. Qui, l'opera di Eggers - autenticamente struggente, ma non troppo geniale - segna una notevole frontiera esplicita di quello che c'è stato nell'aria da qualche tempo, facendo esplodere senza ritegno ciò che molti altri autori avrebbero voluto interamente esprimere (molti fra loro senza essere così bravi da farlo altrettanto bene) e non hanno osato farlo e che molti lettori avrebbero voluto leggere (magari senza confessarlo apertamente o - come chi scrive - dicendolo ai quattro venti). Eccolo. Tolto il dente. Di scrittori e lettori. Tornare nello stesso pantano è impraticabile. L'impermeabile è aperto e sotto c'è la nuda immaturità cocente di una classe di autori narcisistici, masochistici e pateticamente esibizionistici e di una classe di fruitori pigri, disillusi, smaliziati, stanchi e guardoni, affamati di cazzi altrui tanto quanto i suddetti cazzi sono pronti a rizzarsi solo e soltanto se scrutati con fare voglioso ma inerme (di mezzo c'è un muro di tangibile di fisicissimo medium iperstratificato). Eppure, l'estremismo eggersiano fa dell'indole del ragazzetto (altrove e in altri tempi relegato in diario liceale particolarmente geniale) una punta avanzata che in qualche modo lacera incertezze ed ipocrisie di questo contesto gonorroico. E fa tenerezza, perchè non vuole o non riesce mai ad essere in alcun modo tagliente o rischioso o pericoloso. Il solo dolore che provoca è, appunto, lo struggimento: che è un misto di malinconia, tenerezza, guardonismo e pessimismo di fondo per qualsiasi evoluzione liberatoria che non sia la normalità benestante da focolare e carriera. Un dente tolto che non è superfluo perchè - come prima ragione - fa in qualche modo i conti con il mondo implicito sognato da tutto un cinema, una letteratura, una musica circoscritti dal nostro contesto post-90s.


La seconda ragione ha a che fare con l'entertainment e con il piacere del feedback corposo, consistente, adulatorio e ingannevole del prodotto da divertimento. Non umile ed umilmente al servizio del tempo libero del lettore/spettatore, perchè abbiamo troppo poco tempo (o troppo tempo che comunque è reputato ugualmente troppo prezioso e potenzialmente fruttuosissimo) per accontentarci di un'immediata fruizione ad un livello. Per divertirci, vogliamo un po' struggerci. E per struggerci, vogliamo anche un po' guardarci (e pensarci troppo scoperti e troppo infantili) mentre ci gingilliamo con queste superficialità lambiccate (che non è un ossimoro ma è il nostro bel mondo). Dentro questa piega dello spirito c'è pure (frazione piccola e risibile) tutto il bloggismo dominante che sbandiera diari e - soprattutto - spende il proprio tempo coscientemente prezioso nell'unico modo che autoassolve dall'accusa di perdere tempo in cazzate: sguazzare consapevolmente nelle cazzate. E scrivere fior fior di motti saputi sui mille reality shows della tv, con perizia di ascoltatore fedele e (forse un po' fintamente) ironicamente distaccato dalla propria fonte di divertimento.
Questo, è vero, è un altro paio di maniche. E in tutte le linee di discorso accennate c'è quel grammo di senso (e di potenzialità gustosamente critica) che potrebbe giustificarne una versione assai più ridotta (in estensione e in numero e qualità degli adepti). Tuttavia è il brodo tiepido (al glutammato di sodio un po' zuccherato) in cui cresce il muschio vivo del sonno letale dell'automatismo, della trasgressione intellettualmente e culturalmente innocua, della sperimentazione che è in realtà catalogazione (più o meno o per nulla) brillante del già dato (e soltanto presuntivamente e supponentemente criticato o superato).
Il Dave (e quel che porta dentro e dietro) è nudo. E forse non è sto gran figo, in fondo. (E per questo il libro resta, in fondo). O no?








postato da: trino alle ore 00:05 | link | commenti (2)
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lunedì, 03 maggio 2004

  Poiché vogli...

 

Poiché vogliamo che a frotte a sciami in massa dai sei angoli di questo esagono (irregolare) che è il mondo, i lettori di NOBLOG, migliaia, convergano in un sol punto: il circolo degli artisti (a Roma, in via Casilina vecchia 42), in un medesimo momento (le 22 del 8 maggio c.m.); da oggi e fino ad allora quotidianamente promuoveremo il concerto di un cantautore italiano fuori dagli sche(r)mi: il Bugo (che presenterà il nuovo album, Golia e Melchiorre). Amate la voce ruvida? Bugo fa per voi. Amate il sound ruvido? Bugo fa per voi. Amate il canto-scazzo? Bugo fa per voi. Amate Beck? Bugo fa per voi. Vorreste conoscere Beck? Bugo fa per voi.
?!? Bugo, sì, Bugo fa anche per voi.  



postato da: unodinoblog alle ore 20:31 | link | commenti (3)
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domenica, 02 maggio 2004

  C'è il gross...

 

C'è il grosso rischio di scadere nelle memorie intime. Tuttavia, si tratta di un rischio calcolato ed anzi pienamente sotto controllo - ché il senso di questo crisalidismo di noblog si sostanzierà essenzialmente in questo.

Ed ecco il fatto. Faccio polpette all'ultimo minuto delle mie intenzioni non concertonistiche. Per due valide ragioni. La prima: nessuno è voluto venire a mare con me - ecco cos'avrei fatto io se esistesse la libertà a questo mondo. La seconda: ho letto due amatissimi nomi nella scaletta del suddetto concertone. L'effetto - dalle ore 19.30 in cui si è verificato il mio arrivo in piazza sino alle 23.45 - è stato quello pre-sentito (e più volte sperimentato ormai) di una robetta che lascia un po' a desiderare con una certa atmosfera tutta però particolare che lascia il passo rapidamente ad un vago odio viscerale per le folle e l'umanità intera. Poi, un gran bel momento (che attendevo trepidando: vedi ragione n.2 della mia decisione di andare). Credo che potrei seguire Giovanni Lindo Ferretti verso il mare, come un topino ebbro, per quel suo tuonare ieratico. Poi, risentire dal vivo Ferretti/Maroccolo/Canali che fanno rock, diavolo, valeva la pena bersi quattro ore di cazzatelle. La notizia (oltre all'uscita del cd "multisolista" di Maroccolo, di poco fa) è questa. Trepidiamo.


postato da: trino alle ore 02:09 | link | commenti (5)
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sabato, 01 maggio 2004

Foglie morte. La r...

Foglie morte.

La ridicolaggine con cui il pre-potere televisivo teme la folla come ai vecchi tempi è lievemente superiore alla ridicolaggine di una folla incellophanata nelle sue stanche, false, indolenti, denutrite istanze (ah, ah) trasgressive.

Questo è il secolo in cui la cosiddetta cultura o è uno scacciapensieri diversivo rispetto alla dedizione totalitaria all'impiego o non è. Ovvero, nella seconda ipotesi, è l'organizzazione del grasso che cola.

Questo è il secolo in cui lo scrittore non può che essere "il più grande giovane autore americano". E, difatti, tutti lo sono. Ovvero, in alternativa, tutti lo sarebbero se fossero giovani ed americani.

Il post su KB II può essere riassunto come segue: "Fatti i conti con l'intera cultura visiva pop, adesso dobbiamo liberarci della sazietà che c'è in noi. Lì è l'uomo".

Io oggi volevo andare al mare, ma nessuno è voluto venire con me. Ovvero, in altre parole, l'unico formante comunicativo che abbia legittimità sia agli occhi del parlante che del contesto ricettivo è ormai esclusivamete quello costruttivo post-formale.

Ci sono più cose in cielo e in terra che nel tuo buco del culo.


postato da: trino alle ore 13:43 | link | commenti (1)
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