
Lo Zen e l'arte della autopsia di un blog
Uno
Benché in generale sia da preferire la libertà, intesa nel suo doloroso farsi, alla durezza dello stile, intesa come conservazione meticolosa delle proprie risposte al mondo, è sempre bene chiedersi, sulla soglia di un atto di liberazione - o di quello che ingenuamente può pensarsi tale - se si possiede la forza morale e la dedizione necessarie a svolgere il proprio nuovo libero compito. In altre parole, la libertà inadempiuta è un male maggiore della libertà mancata.
Tuttavia, l'uomo saggio sa fin troppo bene che nel gran mare dell'essere l'unica libertà possibile ha in sè mille liberi compiti infranti.

Della stagione trascorsa - di certo migliore di quella trascorsa l'anno prima - giusto pescando dalla memoria a caso:
1. Kill Bill - Senza scrupoli, il punto estremo di trazione dell'avant-pop tarantiniano e della meccanica/estetica/etica post-modernista. Adesso, kill the bride. Prima che sia troppo tardi.
2. Le Valigie di Tulse Luper: La Storia di Moab - Una meravigliosamente lieve e insostenibile alterità spazio-temporale-artistica. Off-sider- Off sidera.
3. Dogville - Presuntuosamente roboante, rigore che dissimula verbosità, durezza di comprendonio per facili apologhi: tuttavia, un lavoro audacemente bello e potente, alla faccia di molti (troppi) detrattori ipodotati.
4. Le regole dell'attrazione - Fiammeggiante e formalmente illuminante, disarmantemente teenageriano, sprazzi bruttini, ma fottutamente romantico e glaciale.
5. Il Ritorno - Roba sopravvalutata, una bella promessa, ma una bellezza fotografica cinematogratica a scandire i passi gravi di una liturgia ancestrale e cristica.
Più molte altre cose. Ma c'è una bionda che mi reclama.