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domenica, 28 novembre 2004

Un sano istinto, di questi tempi, è quello di associare visceralmente l'ipertrofia informativa dei veloci tempi del web ad un maggior rigore e ad una maggiore severità valutativa. Distinguere con piglio preso, cioè, la tassonomia pop dal discorso sul senso e smetterla di scambiare il barattolo del fritto misto mediatico con lo scrignetto di ciò che vale conservare e portare con sè nelle proprie avventure nel mondo dei significanti. Non so ancora bene cosa significhi, in concreto, tutto ciò, ma mi avviso per tempo che è tempo di valutare con severità.

Che poi qui si parli più di cinema che di altro, potrebbe voler dire che saremo ancora più cattivi del solito, senza sbrodolare troppe paroline dolci sulle poche cose carine di questi due mesi passati. Delle quali, Il Film Dal Titolo Menomato, divenuto in fretta passaparola della platea più orribilmente alla moda, non riesce a strapparmi più di un plauso modesto. Ben scritto, stupisce ancora Kaufman coi suoi mille fili e scatoline e giochini; ben girato, assai più in sintonia con lo script di quanto non lo fosse l'agile ma superficialotto Jonze; ben interpretato, anche se a me Carrey non piace neppure qui; ma tuttavia non così tanto superiore a un oggetto originale ed originalmente suggestivo che è lontano, a mio avviso, dall'indicare nuove strade (se non quella di osare se si è bravi - e, aggiungo, se le proprie intenzioni sono abbastanza fighe e non troppo complicate: perchè, diciamocelo, 'sta storia che ESOTSM sia questo gingillo complesso è gossip da ragazzoni vanziniani) o nuovissimo discorso cinematico (come in molti s'affrettano ad annunciare).

Oppure il buon vecchio Villaggio Morale Campestre, già sbeffeggiato sotto, che unisce certa maniera da suspence con una bellissima fotografia e tante buone innocenti intenzioni buoniste.

Oppure le finte trasgressioni di Almodovar o la finta spietatezza finto-scandinava di Ozon o il digitale cool dell'onesto Mann.

Ma fatemi il piacere.

Meglio, in questo guazzabuglio di occidentalità fin troppo conscia di cosa vuole dire essere finto-originali (ma ci è già arrivata prima MTV, quando fare intellettualità voleva dire snobbare MTV), le Due Sorelle di Ji-Woon Kim, che resta il mio campione d'inverno, discreto ed elitario, mentre scelgo la sciarpa da mettermi per andare a vedere Donnie Darko, in questa capitale ritrovata e piovosa, sperando che ai bloggers della blogfest non piaccia e a me invece sì, perchè con quelli lì proprio non si va avanti.

 


postato da: trino alle ore 19:22 | link | commenti (22)
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mercoledì, 10 novembre 2004

Non avendo abbastanza fegato per affrontare i problemi fisici che mi derivano dall'idea di dover scrivere di Gondry&Kaufman, cercò comunque di sopravvivere e far sopravvivere questo dannato noblog. Anche se, metafisicamente parlando, ciò dovrebbe comportare alcuni problemi insolubili. (e anche se la Piccola Guida Metafisica a Kill Bill non la legge nessuno dei miei 7 lettori, nonostante vi siano svelati i principali segreti dell'universo e dell'esistenza).

Dunque darò conto di una lettura in progress che appartiene però a uno specialissimo percorso a ritroso nella scoperta di un autore venduto, svenduto e cultizzato quale il mitico Chuck Palahniuk. Il percorso a ritroso parte da Soffocare (grosso modo mentre s'annunciava l'uscita di Ninna Nanna - dunque, tecnicamente parlando, l'ultimo romanzo di CP al tempo), prosegue per Invisible Monsters (il precedente) e giunge adesso a Survivor (che è il pre-precedente nonchè secondo, dopo l'esordio plurifortunato tradotto in nota pellicola dal buon Fincher). Non starò ad annoiarvi con il problema cosmologico legato agli ultimi sviluppi "progressivi" dell'opera del Nostro (Ninna Nanna, Portland Souvenir, Diary), proprio mentre io m'attardavo a seguire la via inversa (cioè: è più coerente che dopo Survivor e Figth Club io passi a Ninna Nanna oppure a Diary?).

Questo sarebbe il tema.

L'idea generale è che CP abbia una notevolissima maestria "costruttiva", una grande inventiva narrativa e un miscuglio sufficientemente elettrizzante di spietatezza e romanticismo vario, di modo che il lettore si senta inficcato in una roba molto cattiva e scorretta, piena di invenzioni, di notevoli immagini e di un inghippo tramico che funziona sempre parecchio. La lingua è fondamentalmente funzionale.

Questa l'idea generale.

Questo noblog si occuperà prossimamente di argomenti palahniukiani, cercando di trovare un senso potente nei libri di quest'uomo (su cui dubita alquanto).


postato da: trino alle ore 12:48 | link | commenti (45)
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martedì, 09 novembre 2004

Mi perdoneranno gli entusiasti, ma non ho ancora il coraggio di scrivere su Gondry&Kaufman. Perchè, così, a primo acchito, a me è suonato freddino. L'ho detto.

 


postato da: trino alle ore 11:44 | link | commenti (2)
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sabato, 06 novembre 2004

Del Villaggio, ovvero del bluff di lusso. Il libro di ricette - quelle di Suor Sciamala - è spalancato sul tavolo. Il buon vecchio tavolo della nonna. Si sa: la spesa fatta dal droghiere è importante, ma l'amore della nonna, quello è il magico segreto. L'amore che tutto muove e tutto condisce. Il soprannaturale parco, quello c'è. Il soprannaturale è un po' come la cannella, bisogna andarci piano. Lo mostro, non lo mostro, lo mostro, non lo mostro. Ma c'è? No. O forse sì?? No, non c'è. Come la cannella. Il colpo di teatro finale è fondamentale. Nessuna delle ricette di Suor Sciamala sta in piedi senza scoop. Siamo sicuri che Bruce Willis è vivo? Cazzo. E che Samuel Jackson sia buono? E che Mel Gibson... boh... ci sarà stato pure il colpo di scena in Signs, ma sarà arrivato  mentre fissavo le unghia dei miei pollici per decidere se fossero del tutto simmetriche.

Diciamocelo: Il sesto senso era un film molto caruccio, uno di quelli che ti fanno dire che l'intrattenimento di qualità è possibile, basta che non lo si scambi per arte facendo una gran confusione. Unbreakable è il nostro preferito. Signs è orribile. Questo giusto per dire che non abbiamo particolari deboli per Suor Sciamala e il suo moralismo campestre un po' fiacco. Che era di Signs ed è, tutto, di questo bello e delicato The Village, che è così buono e delicato che ti senti pure in colpa a parlarne male, anche perchè non vorresti davvero parlarne male, dato che è bello e delicato e ha dei colori fantastici. La resa dei conti, chiamiamola così, con la creatura innominabile è molto bella. (Oggi usiamo queste parole, bello, buono, forse dirò anche qualche altra parola ancestrale alla fine). L'intento moraleccio è tenero e utopico e banale, ma così buono e delicato che sembra quasi più profondo di quello che è.

Se qualcuno di voi sette si aspetta che mi fiondi su elucubrazioni polisemiche che abbiano come termini essenziali: vista/cecità; dentro/fuori; confine; salute mentale/follia; ordine sociale/crimine; capitalismo/economia di sussistenza; rus/urbs; e, ché non guasta mai, undicisettembre. Scordatevelo.

Oggi non sono in vena di recensioni. Oggi non sono proprio in vena di scrivere. Oggi andrò a vedere Gondry e poi cercherò di ubriacarmi, cercando di capire perchè le creature innominabili non uscivano dalla pancia di Sigourney Weaver, come era giusto.

A dispetto dei malefici che ho addosso (e per liberarmene) nella lista dei numeri (che è la cosa più sincera di questo noblog) per questo film scriverò 7 1/2, ma continuerò a prenderlo per il culo. Viva l'amore.


postato da: trino alle ore 16:41 | link | commenti (10)
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giovedì, 04 novembre 2004

Se i post di questo noblog avessero i titoli, quello di questo suonerebbe come punk e dintorni, o qualcosa del genere.

Questa è robetta. Non da buttare, non da stigmatizzare, non da passarci le ore a stroncarla, ma, alla fine, un giocattolo commerciale che non diverte troppo e che rimane robetta. Ambizioso? Così si dice in giro. Sarà che parliamo di pianeti diversi.

 

Questa è la storia. Non che, da questa parte della tastiera, si abbiano le decadi sufficienti per poterne ricordare l'uscite (e giù fiumi d'inchiostro nostalgici), giusto perchè, molto semplicemente, in quell'anno noi venivamo alla luce. E per questo non compreremo commossi il voluminoso pacchetto commemorativo con tanto di tracce in sovrappiù e dvd, ma ci limitiamo a ripercorrere l'originale, essenziale, non allungata nè accessoriata versione A.D. 1979 -  e raffermarci nell'idea che quella di cui sopra è robetta pop.

 

Questi sono gli eredi. O così si è ucronicamente detto, con quella faciloneria che fa di tutta la critica rock una specie di lavatrice con centrifuga di accostamenti e citazioni, per cui un album è sempre un mosaico composito delle suggestioni personali di chi ascolta (dunque un'idiozia). Eredi o no (gioca la mano forte da produttore di uno degli originali), il disco, nella sua forza gioiosa e cazzona, melò e ballereccia, è davvero bello.

 

Questi sono scozzesi. E per parlarne so che finirei per fare come quelli che parlano di musica per mestiere e comincerei a sproloquiare di punk e wave con spruzzatine dance, di ritmo, ma anche (non so se è lecito) di stanchezza dopo un po' di ascolti quasi entusiasti. Di ritornellume, insomma e mezzo fuoco di paglia.


postato da: trino alle ore 18:15 | link | commenti (1)
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mercoledì, 03 novembre 2004

Films will Rock You

ovvero: gli amici di noblog raccontano la loro top-one come pare a loro

# 2: Luigi Garella

Durch Afrika im Automobile

Il Film trofeo, le cose che si potrebbero appendere sopra il caminetto del mio amore

Il tizio che sorride qui di fianco in perfetta uniforme da colonialista è László Eduard von Almásy (1895 - 1951), Gran Visir degli esploratori romantici dell'inizio del secolo scorso, dandy, aviatore pioniere, pilota d'automobili. E' la materia su cui Ondaatje ha scritto un libro e da cui Minghella ha strizzato un noiosissimo polpettone retrò: Il Paziente Inglese. Accenno brevemente alle falsificazioni di questi trattamenti - legittimi ma inutili per quel che voglio dire - che fanno schiattare il poveretto abbrustolito in Toscana in compagnia della lacrimosa Binoche tra estenuanti letture delle Storie di Erodoto; vera la passione per lo storico greco, tanto da fargli a lungo progettare una spedizione alla ricerca del mitico esercito perduto di Cambise, del tutto inesatta la dipartita: Almasy tirò le cuoia in modo altrettanto schifoso, fulminato dalla dissenteria a Salisburgo (ma d'altro canto anche Byron subì la medesima ingloriosa sorte), dopo e ssere stato attivissimo durante la Seconda Guerra Mondiale in questa o quella folle missione in volo sul deserto africano.
Nell'altra immagine - sempre scippata a
questo sito - lo vedete intento a giocare con degli scorpioni in una sequenza del film che mi fa roccheggiare, visto alle meravigliose Giornate del Cinema Muto del 2003, il diciassette ottobre, alle 22.15, al teatro Zancanaro di Sacile: Durch Afrika im Automobile, 35mm, 3085 m., 112' (24fps), didascalie in tedesco.
Ricostruito da Kurt Mayer a partire dal footage girato dal padre Rudi nel 1929 quando, con un altro operatore, era stato al seguito di Ferdinando principe del Lussemburgo e di Almásy nella folle impresa di andare da Mombasa al Cairo a bordo di due Steyr XX (vetture di produzione austriaca di cui il Nostro era rappresentante), il film è stato mostrato per la prima volta a Vienna nel 1997, già quasi un filmino delle vacanze per pazzi furiosi - ma la qualità delle immagini è spettacolare.
Sette mesi di viaggio (a Mombasa gli uomini arrivano in nave, breve è il resoconto di questa fase come del ritorno trionfale per le strade europee) nell'Africa misteriosa di quei tempi, tra commenti razziali (il "ponte dei negri" che non ha nulla da invidiare a quello dei civilizzati), facezie da colonialismo pesante (i due esploratori offrono delle sigarette ad ignudi indigeni e cercano di far loro capire che bisogna aspirare e non soffiare!), lode alla modernizzazione invasiva (un impianto per la produzione della soda) e alle bellezze locali: le giovani donne (ma ad Almasy queste di certo non interessavano) e le bestie da abbattere. L'avventura non è solo di esplorazione ma anche per portare a casa qualche trofeo, quindi, i due non si esimono dall'impallinare qualunque quadrupede abbia la parvenza della rarità: gazzelle ormai estinte, carnivori vari ed anche un elefante. E proprio il bestione mi porta al momento dello scoperchiamento. Si badi bene, l'intero film è straordinario ma quello che voglio dire è che ci sono istanti - quelli che mi fanno roccheggiare appunto - che compaiono improvvisi e inondano di nuova forza tutto quanto li ha preceduti e da essi scaturisce. Un elefante attacca il villaggio presso cui gli esploratori sono ospitati e questi da tempo non vedevano l'ora di abbattere un glorioso esemplare, l'occasione è d'oro. I fucili sono pronti, i due si appostano e in un attimo il fianco del proboscidato si squarcia, un buco nero lo devasta, la bestia caracolla e si affloscia. Ora, la simpaticissima traduttrice simultanea, dalle cuffie, geme per il dolore dell'animalista dei nostri giorni ma l'istante è straordinario. L'esplosione della realtà nel cervello del fruitore settato su messaggi di finzione scardina ogni impianto preconcetto e riconduce direttamente alla magia delle ombre che Edgar Morin così bene ha descritto (Il cinema o l'uomo immaginario): compare la discrasia percettiva che sconvolge equilibri preconcetti. Certo ciò non può avvenire sempre (e accade sempre più di rado, mi tocca dire) ma rimane questa la cifra ricamata nella memoria che mi fa vibrare ed accapponare il cuoio capelluto, una trasmutazione che, pur in questo caso specifico e per questo più evidente, data da una distanza storica e culturale, riconnette il corpo quasi morto dello spettatore ad una qualità di sostanza eversiva e scioccante.
E' l'attimo in cui il sosia in Kagemusha (Kurosawa), irriso dai cortigiani, in un piano sequenza che è l'eternità del cinema, diventa l'imperatore, stemperando il suo scimmiesco agire in compostezza, è la progressione con cui l'appartamento di Vanda (Costa) si sbriciola, è il finale di pietosa censura di Echos aus einem dünsteren Reich (Herzog) in cui non si può sostenere più a lungo la depravazione umana e lo scimmione continuerà a fumare la sua sigaretta lontano dai nostri occhi, sono gli aerei suicidi nel delirio della terza parte del disorientante Wings of Eagles (Ford), sono le fronde che si muovono al vento, un vento dimenticato e mai sentito da alcuna pelle in un film con Doug Fairbanks, è la smorfia, infinitesima e dilatata di Vincent Hanna dopo lo sparo.
La finzione si spezza per un soffio prima di ricomporsi ed essere ancora più magnifica e, per rendere omaggio a questo, nella memoria, Durch Afrika im Automobile copula con le magiche pagine in cui Ulrich von... incontra la sorella gemella e qualcosa accade per L'uomo senza qualità.









postato da: trino alle ore 18:35 | link | commenti (15)
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