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giovedì, 27 ottobre 2005

Ieri, cercando con immensa fatica di raggiungere il quarto d'ora di corsa (a 10 Km/h) sul tapis roulant e già pensando alla sigaretta che avrei aggredito appena fuori dalla palestra (per ricordarmi la verità), ho intravisto la faccia occhialuta di Peter Parker su uno degli schermi tv.

Quindi vi ripropongo le lucidissime analisi di no-blog su Spiderman. Presto si parlerà di Haneke, di Burton e di Von Trier, con parole definitive e illuminanti.

Le urla, l'amore e la base democratica: stendili tutti, tigre! (1)

Con questa sorta di ridicolo titolo, questo post si vorrà arrabattare (vocabolo che in questi giorni adoro) con alcune sparse considerazioni di gusto, cinema, costume e morale spicciola. Tema: l'Uomo Ragno. O meglio, la sua reviviscenza cinematica, dopo i fasti commerciali e le lusinghe critichesi alla sua prima gustosa (e degna) incarnazione. Ci fu un tempo in cui il rumor su un probabile incarico al buon Tim Burton provocò sudoripari geli a più d'un fan. Qualcuno minacciò: se il vostro eroe ve lo ritrovate vestito di nero e depresso, non dite che non vi avevamo avvertito. E il pensiero correva subito al mood nerissimo di quella pionieristica e magnifica incarnazione del taciturno Uomo Pipistrello (che si sarebbe concesso certi piccoli lussi di estroversione solo nel più cupo e disturbante sequel). Noi volevamo Burton. Noi amavamo Burton. Noi chi? Noi, più o meno di quest'età qui, che ci siamo innamorati del cinema proprio in quell'anno domini 1989, che ci siamo innamorati delle molpelici variazioni di nero fiabesco che il caro Tim sapeva essere il succo più ricco e (alla fine) caldo di ogni fiaba degna di tal nome, che ci siamo innamorati della maniera suggestiva e rassicurantemente scontata dei temi goticofiabeschi di Danny Elfman. Eccetera. La necessaria confessione, oggi (ma già nel 2002), sulla assoluta felicità visiva dei due bei pezzi Raimi-Deluxe è, tuttavia, una roba assai più complessa di quel che potrebbe dirsi.

Per un mucchio di ragioni. Perchè i due Spider-Man sono conformistici, prevedibili, amabilmente kitch, scontatamente affabulatori, ruffiani e violentemente regressivi. Perchè immortalano con mirabile ricchezza di spettacolo e di emozioni la più compiuta, compatta, densa e pre-critica retorica del Potere Buono. Perchè replicano una stilizzazione ripetitiva del Male come corpo estraneo/interiorizzato e schizofrenico. Perchè usano alcuni espedienti faciloni di "problematizzazione" (la riluttanza dell'eroe) per far finta di pagare un debito con la "facoltà critica" che resta vistosamente pendente (e ampiamente scaduto) (e ci cascano anche i più cattivi).

E non è che si tratti di fumetti - di cui certo non m'intendo molto - e di conseguente, inevitabile semplificazione per blocchi tematici e valori. Ma di retorica, delle più rassicurantemente regressive e perniciose, perchè apparentemente problematiche e problematizzabili.

Questa non è la recensione di un (due) film che ha il grandissimo mestiere, la matericità e la gioia visiva di una regia cospicua e profonda, l'intelligenza di un uso degli effetti speciali che è programmaticamente irrealistico e iperpatinato (pur rimanendo per più versi understating), il mezzo miracolo di un attore protagonista pienamente nel ruolo, la strepitosa spettacolosità avventurosa e benetrionfante dei Nostri. Questo è, piuttosto, un promemoria di "contro" (con qualche "pro"), per salvare al sottoscritto - come si dice in gergo tecnico - il culo e la coscienza e poter godere del melodrammatico trionfo del Potere Buono e Responsabile (volevo quasi applaudire per l'atteso bacio) e mantenere tutto il più sincero rifiuto per la logica gonfia dell'ideologia del Bene pseudo-complesso.

1. Marvel Enterprises presents. Innanzitutto un tributo ai bellissimi titoli di testa di SM2. Suggerendo, con un gran gioco di tele e colori, quell'idea di serialità già tutta dentro (per congenita necessità) al primo SM e poi tutta "fuori", nell'epilogo, con l'apparizione fugace ma caparbia del (povero) Dafoe e del suo armamentario di diavolerie cattivissime.

2. Ho dei Valori. La ricchezza coloristica, il ritmo serrato, la giustapposizione di caratteri definiti, il male come perversione e smarrimento, la problematicità del bene come controllo di sé e assunzione di responsabilità, l'amore monogamico eterno, l'amore vero come sacrificio delle proprie legittime pulsioni erotiche e del proprio ego narcisista per il bene e la sicurezza dell'amata, il Potere Buono come sacrificio della propria privatezza (e delle proprie legittime pulsioni erotiche e distruttive) per il bene e la sicurezza della collettività. Nel prontuario della morale ragnesca i temi forti restano, dal primo al secondo episodio, saldamente definiti. In particolare: il buon Parker è un bravo ragazzo che deve affrontare la novità (/permanenza) del suo potere (a più riprese in chiave puberale e, poi, di impotenza da stress), accettando i necessari strascichi negativi: vacilla, cade, ma si rialza; alla fine è saldo. Tuttavia, la variatio c'è. In SM1, Peter Parker è solo con il suo segreto, il suo potere e la sua responsabilità, ha l'odio della città (parziale e non coerentemente definito) montato ad arte dal Daily Bugle, ha solo i consigli "astratti" (cioè principi generalmente applicabili) di ascendenza ziesca (l'insopportabile Zio Ben), da cui ben trae il succo della sua missione: niente figa, siamo il Bene. Oggi (SM2) Spider-Man ha smesso l'individualismo moderato ma nettissimo del primo episodio; e veste i panni del paladino pienamente inserito nel tessuto comunitario di cui è apice protettivo accettato, amato, condiviso, difeso, accolto: è troppo spesso senza maschera, sia Mary Jane che Harry scoprono la sua identità, gli uomini e le donne della metropolitana lo vedono in faccia, la zia dà perfino l'idea di sospettare quasi. E sono proprio quegli uomini e quelle donne della metropolitana (vera e propria base democratica solida e sim-patica) a salvarlo dallo stremo e dalla caduta, a prenderlo sulle loro spalle, a metterlo a riposo, a curarsi di lui, a tentare (invano ma coraggiosamente) di difenderlo. E l'assunzione di responsabilità, per Peter, ha, in questo SM2, un risvolto e un riscontro pubblici ben precisi e marcati. Più che l'accentuata riluttanza e i piccoli problemi banali di un SuperUomo Eroico (pittoricamente efficaci, narrativamente funzionali e qui e lì gustosi) è la condivisione (pseudo)democratica (cristologicamente ratificata da una scena densissima di segni ideologici) del problema-potere la vera variazione di rilievo nella "serie".

3. Io vi chiamo la mia base. SM2 abbonda in espedienti didascalici di sapore cartoonesco e teatrale. I dilemmi dei protagonisti si materializzano in "a parte" (Octavius), finti dialoghi onirici (Peter e l'insopportabile Zio Ben;Harry e il miserello padre Dafoe), sdoppiamenti schizofrenici (Octavius-Tentacoli Maligni come già per il Goblin). E abbonda, molto più che nel primo episodio, di lacrimoni compassionevoli (zia May, Mary Jane, Harry, Peter nel 43% dei primi piani - piangono tutti più volte). Tuttavia, a differenza di SM1, abbonda anche - particolarmente - di urla. Donne che urlano in zoom a destra e a manca. Urla a bocca aperta, veri e propri strilli di terrore, con mani alle guance o braccia raddrizzate di colpo lungo i fianchi. Veri strilli da film del terrore di altri tempi. Veri strilli di paura, di precarietà, di orrore per l'estraneità totale dell'orrore capitato per maligna sventura. Lasciamo stare quel gioiello chiaroscurale di vero horror inquieto, sincopato e sopra le righe, così favolosamnete b-movie, che è la scena della fuga di Octavius dall'ospedale (ma noi, diosanto, abbiamo nel cuore l'intervento al viso a Jack Nicholson e la scena dello specchietto rotto e della nascita del ghigno di Joker). Quello è un inserto un po' narciso (ma fortemente ossigenante) che poco ha a che fare col mood generale della pellicola. C'è tutta la base democratica di Mr. Spider-Man a urlare forsennatamente. Urlano per l'orrore e incitano l'eroe. E lui, interprete del sentire popolare, provvede, abdicando alla propria dimensione privata. C'è una bella differenza tra l'intima scelta dell'individuo-eroe che rimugina l'aforisma ziesco (A grandi poteri ecc.) e quella del personaggio pubblico, richiamato alla ribalta dalle statistiche sul crimine (+75%!), dalla delusione popolare, ma, soprattutto, dalla necessità (e, implicitamente, giustezza) di offrire la calda e rassicurante ragnatela protettiva dell'Eroe ai sogni - prima ancora che alle esigenze di sicurezza fisica - del popolo. Il dilemma del pubere Peter Parker è puramente morale: se avesse fermato il rapinatore, (l'insopportabile) Zio Ben sarebbe vivo. Non ci sono azioni senza conseguenze, ma non ci sono neppure omissioni senza conseguenze. Il potere deve essere usato responsabilmente. La scelta è dura, intima e privata - anche se il suo esercizio è inevitabilmente pubblico (di potere pubblico, infatti, stiamo parlando - anzi del potere pubblico). Il dilemma del giovane Peter Parker (che vive da solo, ha problemi con l'affitto, ha a che fare con matrimoni, ha coetanei imprenditori) è (non fraintendiamo) politico: la scelta della dimensione pubblica e del potere ha un riscontro preciso nell'accoglienza simpatetica della folla, in un amplesso psico-tenerone-regressivo che salda Eroe e Popolo nella lacrimosa celebrazione della perfetta interpretazione difensiva del volksgeist. Se Peter decide di tornare sui suoi passi per liberare l'amata, è però il rapporto simpatetico con la folla che lo rafforza nel proposito (peraltro maturato grazie ad un pistolotto non più virilmente esistenziale [zio Ben] ma femminilmente comunitario e psico-sociale [zia May]).

4. La retorica della problematizzazione. Il trucco è: vi mostro l'indecisione, vi dico che è ampiamente giustificata, voi siete d'accordo, voi non scegliereste l'amore e la tranquillità della vita privata?, certo che lo fareste, lo faremmo tutti, facciamolo tutti, e lui?, lui è l'eroe cazzo, lui è il nostro eroe, gli vogliamo bene, gli vogliamo tanto tanto bene, lacrimoni, lacrimoni. Se io vi dicessi: ecco l'eroe duro e puro, lasciatelo fare, al di là della differente qualità drammatica dell'effetto, dello scarso appeal "identificatorio", dell'effetto narrativo, insomma, ed emotivo, non ci sarebbe il lubrificante melodrammatico (dunque possentemente identificatorio e rassicurante) per la mirabolante penetrazione ideologica. Con grande prova di multilateralismo, la condivisione del problema-potere (dell'identità del potere, della quotidianità del potere, della fragilità potenziale del potere, della difficoltà del potere) è, in sè, legittimazione del suo esercizio. Intendiamoci: sfilare un tizio dalla traettoria di un automobile in picchiata è cosa meritoria e tutti sarebbero contenti. Ma il valore della posizione pubblica potenziale dell'Eroe non deriva (soltanto) dalla bontà dei singoli atti (v. il Bugle), ma dal magma simpatetico della sua immagine condivisa: l'apparente problematizzazione del potere (apparente perchè è solo una condivisione dell'elaborazione unilaterale, non un frazionamento della stessa) fa appello alla pancia e al cuore, ai sorrisi e alle lacrime, all'indignazione e all'identificazione, non certo alla corresponsabilizzazione. La soluzione non può non essere coralmente entusiasta e commossa - altrimenti è inefficace.

Le urla, l'amore e la base democratica: stendili tutti, tigre! (2)

Nella prima puntata si è visto come Spider-Man 2 ci porga in modo oltremodo gioioso (filmicamente parlando) un grumo densissimo di ideologia regressiva - anzi, la consacrazione coloratissima della retorica del potere buono - e come il passaggio dal primo al secondo episodio segni il trionfo del coinvolgimento della "base democratica" quale strategia psico-sociale di legittimazione del potere.

(...segue)

5. Il trucco c'è e si vede, ovvero del soggetto irreale. L'uso propriamente "fumettistico" dell'effettistica digitale svela, già parzialmente in SM1, la proprià artificiosità e crea dunque l'ambiente più adatto per la pura fruizione fantastica. L'idea, visivamente, è usata con gran maestria da Raimi, che ne evita i pericoli più infidi, evitando di scadere nell'esibizione trash. Anzi, l'irrealtà effettistica suona allo stesso tempo, con mirabile armonia, come corpo estraneo eppure necessario. Anche qui si nota una certa evoluzione, da SM1 a SM2, in termini di incremento dell'artificio, che potrebbe sveltamente attribuirsi a puri calcoli di marketing (ci sono da accontentare i fanatici, fidelizzare i moderati, catturare i più sfx-oriented); come al marketing potrebbe ricondursi la dose di feedback amoroso (molto molto vicino ai territori dell'happy ending) che è rilasciata in chiusura.

Di sicuro, nel quadro che abbiamo tracciato, la dematerializzazione dell'eroe ragno ha un senso specifico che vale la pena di essere sfiorato. Lo spostamento del baricentro dalla coscienza individuale a quella di massa ha, in SM2, ha un doppio volto che ne illustra cause ed effetti. Da un lato, sembra che l'eroe chiuso in sè sul nodo virile delle proprie responsabilità sembra non avere altro sbocco che la sconfitta personale, l'inimicizia del popolo e, come effetto, il cattivo svolgimento del proprio compito. Dunque: l'instaurazione di un rapporto con la comunità dà primariamente forza e nuovo contenuto alla missione dell'eroe, surroga una vita affettiva (che diventa una vita affettiva pubblica, qualcosa come un pomiciamento di massa) e crea le premesse per un ritorno di utilità verso la comunità che ha compiuto l'investimento di stima e fiducia (l'eroe torna a svolgere ottimamente il suo compito). Dall'altro lato, tuttavia, c'è una fondamentale questione di legittimazione del proprio ruolo di eroe (e dunque del proprio potere). Come accennato, la somma di singole utilità (vite salvate) non riescono a fornire una legittimazione generale all'esercizio di un potere quale ruolo (dunque, si direbbe, a istituzionalizzarlo). Il pragmatismo dell' "a cosa serve" non può scindersi, nella costruzione di un potere, dalla retorica e dalla suggestione.

Nel pistolotto virile dello Zio Ben, il famigerato aforisma dei poteri e delle responsabilità ci dice solamente che il potere va ben esercitato (il che è una cosa dura, non ci si può tirare indietro, bisogna farsi forza e vestire il ruolo di "potente" e fare il bene del mondo). Qui, il potere è un dato pregresso e non è in alcun modo in discussione il suo fondamento, il suo perchè. Peter ha i suoi poteri - è un fatto. Peter li usa anche per scopi non orientati al bene e omette anche di usarli quando doveva. Ma nulla mette in discussione tali poteri. Il potere è il dato; le responsabilità che ne derivano e le modalità di esercizio sono l'oggetto della riflessione (gravosa ed individuale: si tratta della scelta di essere o non essere un eroe).

Nel pistolotto femminile della Zia May, il fulcro è il bisogno "ideale" (diremmo, psicologico e simbolico) del potere buono da parte della comunità. E il potere buono non è il potere usato bene, bensì il potere condiviso (nel senso più debole del termine). E' vero che anche qui il problema drammatico del ragazzone Parker riguarda il se  essere eroe (con tutte le rinunce accessorie); ma - questo è il punto fondamentale - in SM2 la mancata condivisione del potere con la comunità diventa erosione del potere stesso (i poteri cominciano a svanire). Il potere, dunque, non è più un dato acritico, bensì una posizione che necessita di una precisa legittimazione già nel suo stesso darsi prima ancora che nel suo svolgersi.

Ma come avviene la condivisione "strategica" del potere? Con la penetrazione retorica: un lungo morbidoso orgasmo tra il buon ragno che solleva tutti dai propri guai e la sua adorante base democratica che lo riconosce suo figlio bisognoso del proprio sostegno e amore. Non c'è, ovviamente, corresponsabilizzazione. La responsabilità - e il potere, in ogni stadio della sua genesi, della sua elaborazione e del suo esercizio - rimane saldamente in capo all'eroe e del tutto scissa dalla base acclamante, convinta a un livello pre-critico in merito all'accettazione del ruolo dell'Uomo Ragno.

In questa cornice, la progressiva dematerializzazione dell'eroe in azione è la sanzione ufficiale della compenetrazione tra dominio (dominante) e dominio (dominato), nonchè il risultato migliore del miglior test di efficienza del potere, quello dell'identificazione (quale pre-requisito per la riflessione adulta su esso).

P.S.: chi la vuole buttare sul volgare e fare illazioni sul multilateralismo di Kerry e le primarie per Prodi, non è il benvenuto (però ha capito il succo).


postato da: trino alle ore 12:51 | link | commenti
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martedì, 25 ottobre 2005

Dopo mesi e mesi di astinenza, per qualche complicata ragione che qui è complicato spiegare, decido di fare la spesa in libreria. Punto ai libri di massimo 200 pagine. Altrimenti è una sfida persa. E' il secolo illetterato. (Ogni mattina faccio la mia genuflessione propiziatoria ed espiatoria davanti al tomo mai completato di Mason&Dixon, che traspira vastità interiori inesternabili).

Nel sacchetto dell'ipermercato della pagina scritta, un volumetto francese che si preannuncia come ironico, umoristico, straordinario. Come sono diventato stupido, di tal Martin Page.

Il succo è che uno sfigato intellettualoide 25enne, afflitto dal male di vivere, dopo aver provato a rimediare con alcoolismo e suicidio, decide di diventare stupido perchè ha scoperto nella sua intelligenza sottile la causa di tutti i suoi mali.

La premessa, per quanto non geniale, potrebbe divertire.

La verità è ben altra.

La verità è che questa storiella è svolta con una pesantezza indicibile. Un didascalismo irritante. Intrisa di moralismo tumescente e stantio. Questo sfigato lobotomizzato, che pensa di essere profondo, acuto ed intelligente perchè legge flaubert, non guarda la tv, non mangia al macdonald, non scopa, non fa un lavoro accettato dall'orribile economia di mercato, ecc. è eretto a simbolo della società dei giusti che tenta un adattamento nella deprecabile odierna, quotidiana, misera società dei malvagi, ma alla fine deve ricredersi e - luminoso happy end - trova anche la sua anima gemella, sfigata e disintegrata socialmente come lui, fuori da questo mondo infame.

Qui non si difende nè il conformismo, nè l'anticonformismo; nè l'integrazione, nè la disintegrazione. Qui si soffre solo per l'apocalitticismo salottiero, senza traccia di autoironia, senza l'ombra della percezione della ridicola banalità di quel che si mette in scena. Un radicalismo parigino che gronda luoghi comuni della moralità da brava nonna di provincia e li veste di ideologia minoritaria ma Giusta, in lotta con l'idiozia del mondo.

Nel sacchetto c'era anche lo Zuckerman scatenato di Roth; è per questo che continuo a sperare negli ipermercati della pagina scritta.


postato da: trino alle ore 10:15 | link | commenti
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lunedì, 24 ottobre 2005

La maestra mi ha portato a vedere i seguenti films, nel periodo intercorrente tra la data di interruzione dell'attività di esternazione telematica di idee e quella odierna.

1.  Criminal. Quanta ristrettezza mentale, quanta triste solitudine, questi remake fatti appena due minuti dopo gli originali, uguali sputati, copie umili, servili, povere, ad uso di un provincialismo anglofono disarmante.

2. La guerra dei mondi. Non bisognerebbe neppure più occuparsi di Spielberg.

3. Batman Begins. Dopo l'abisso cafone e senza idee del post-burton, la continenza e il rispetto di sè mostrato da Nolan rappresentano (essi soli) il giusto obolo dovuto ad espiazione di un'arroganza filmica e produttiva indecente. L'opera, in sè, è interessante, ma parla una lingua chiusa e sigillata tra i titoli di coda del ritorno antipinguinesco.

4.  Million Dollar Baby. Bah, è onesto ed edificante guardare le storie del caminetto suburbano di nonno Clint.

5. Spartan. mamet ha rotto. Mediocre, con buona pace degli amanti della settimana enigmistica.

6. Sin City. Tecnica di grande potenza a servizio di un bluff. I furbetti della cricca paratarantiniana, in un guazzabuglio di violenza sbrigliata da ogni discorso che non sia l'ostentazione del ghiribizzo formale.

7. La fabbrica di cioccolato. Burton è morto da anni. Tutti guardano alla sposa cadavere, chi l'ha visto punta il dito come verso la luce fuori del tunnel. Ma Burton mica disegna. Mica fa l'animatore. Burton è morto e per noi qui è lutto grande. Ma dopo la decomposizione inerte del pianeta delle scimmie e di big fish, questo Willy Wonka ha del fantasmagorico. L'ipercaricaturale Depp, il deflagrante kitsch coloristico, gli straordinari humpa-loompa dagli echi lynchiani, l'impertinenza della sequenza space-odyssey ci parlano di qualcosa di altro, di imprevedibile, forse di una salvezza. Non è più burton, intendiamoci, ma è un indizio di vita ultraterrena.

8. Good night and good luck. Clooney con il suo esordio era piaciuto. Adesso fa il serioso. Con chili di retorica che si poggia però asciutta su un film molto molto solido, intelligente, scevro di futili compiacimenti "intrinseci".

9. Romanzo Criminale. I dosaggi, nel lungo otre di finto-impegno e buon intrattenimento, spesso schizzano. Ma il sapore, alla fine, è buono. Mancato lo spessore ellroyano; ma ben vengano le fatture di questo genere nel nostro stitico filmificio italia.

Chi non è d'accordo, è un demente.

Vi stimo molto, tutti.


postato da: trino alle ore 17:26 | link | commenti (9)
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