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giovedì, 02 novembre 2006

Perchè Black Dahlia è un film immorale

Dana Stevens, su Slate, scrive che c'è più peso morale in un solo capoverso del romanzo di Ellroy che in tutti i 121 minuti del film di De Palma. Di che cosa parli è difficile dire. Più giù la Stevens scrive che alla domanda che Kay fa a Bucky ("How sick are you?") De Palma non ha nessuna intenzione di rispondere. Non gliene frega nulla.

La critica di Slate - che, come ogni critico che deve farsi leggere dai più, non parla mai nè di piani sequenza, nè di soggettive, nè tantomeno di marche enunciative - afferra un punto tanto banale quanto cruciale per districarsi in Black Dahlia. Il plot, sfido chiunque a negarlo, è ingarbugliato e si segue con qualche fatica. L'indagine non appassiona. Gli attori sono fuori parte e tendono vertiginosamente alla macchietta. La storiella che ci si racconta nei pensosi ambienti della cinefilia doc è la ammuffita storiella postmoderna. De Palma destruttura stilemi, figure e - in ultima istanza - senso dell'opera di Ellroy. Non gliene frega nulla. I difetti che l'uomo comune vede sono deviazioni volute.

La storiella postmoderna è una storiella immorale. Però è falsa.

Il più teorico dei film giunti al grande pubblico negli ultimi anni, Adaptation, era sfacciatamente (anche se ironicamente) morale. Il più importante e teorico romanzo breve degli ultimi anni, Verso Occidente..., era sfacciatamente (anche se ironicamente) morale. La postmodernità è una bugia e ormai è stupido dirlo. Il divertissement trash di Femme Fatale aspira tristemente a farsi grandeur teorica e perde quell'unica, già fragilissima, ragione estetica (o morale) che salvava quella pellicola dall'Indice (oltre alle grazie della bella protagonista): il divertimento innocuo. Che è, intendiamoci, ben poca cosa per l'autore de Gli Intoccabili , Carrie, Body Double e Carlito's Way. Ma in BD l'unica cosa innocua è la noia.

Chi può negare, però, di non essersi divertito così da un pezzo nel vedere il piano sequenza della scoperta del cadavere della Dalia, la soggettiva a casa della bella famigliola riccona, la morte di Lee ma anche l'incontro di boxe?

Eppure era un divertimento colpevole e fin troppo conscio dell'essere a servizio di un'operazione filmica e culturale del tutto inutile ed ormai - nel 2006 - pienamente regressiva.

Così forse si può dare un contenuto alla moralità che si difende in questo noblog. Non è più tempo per poter far finta di credere che le debolezze strutturali siano volute metacritiche alla possibilità del narrare. Leggiamoci o rileggiamoci tutti fino alla fine David Foster Wallace, il suo Verso Occidente...., il racconto Oblio, che dà il nome alla raccolta. Vediamoci e rivediamoci Adaptation. De Palma è un buffone.


postato da: trino alle ore 17:10 | link | commenti
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